Recensioni

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Ispirano parecchia simpatia, Do Make Say Think. Per il semplice fatto che li si è sempre trattati con sufficienza, come fossero la ruota di scorta – debitamente sgonfia e impolverata – del carrozzone post-rock mentre in giro c’era e c’è ancora ben peggio; poi, perché quando si cerca di dimostrare il coma profondo del suddetto genere, si finisce sempre per tirare in ballo loro. Zimbelli senza un’autentica ragione, in definitiva, e lo chiarisce questo sesto album in cui appaiono invecchiati meglio dei Tortoise.

Si dirà: bella forza, se uno vola alto fa alla svelta a precipitare, mentre i mediocri giammai decollano e pertanto neppure rischiano lo schianto. Vero, non fosse che la limitatezza dei Nostri resta da dimostrare: non è da tutti ergersi dalla cintola in su a prescindere da un genere che fu glorioso e ora pare non aver più nulla di rilevante da dire (e le cose stanno in parte anche così, benché ogni corrente viva su una spinta iniziale che si smorza progressivamente finché non riaffiora…).

In ragione di ciò ti scopri a farlo girare spesso, The Other Truths, alternandolo con la nuova fatica di Jim O’Rourke e apprezzandone, se non un’impossibile freschezza, l’indubbia e piena classicità formale che al pari di quella offre. In una Do cavalcante verso Düsseldorf con al fianco i Pell Mell e che, avvistata la fine dell’autostrada, rallenta per spegnersi nel tumultuare di Make; nel pulsante jazz industriale Say che diventa western alla Ennio Morricone e sfocia in Think, commiato toccante e credibile ipotesi di un Laughing Stock desertico e non brumoso. Argomenti ed esposizione ben oltre lo svogliato mestiere. Sarebbe ora di dirlo chiaro e forte.

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