Recensioni

7.3

Gli Sherpa sono un etnia delle montagne del Nepal, il cui nome solitamente viene utilizzato anche per designare le guide e gli accompagnatori ingaggiati per le spedizioni nell’Himalaya. Il loro ruolo è guidare ed aiutare i viaggiatori ad arrivare in alcuni dei luoghi più inaccessibili al mondo. L’omonimo gruppo abruzzese (nato dalla ceneri degli Edith a.u.f.n e con obiettivi musicali diversi) a tal proposito sembra avere studiato bene la lezione. Se l’esordio, Tanzlinde (2016) era un disco multiforme, capace di sommare shoegaze e post-rock a world-music con elementi orientali e psichedelia, con Tigris & Euphrates i Nostri accentuano questo ultimo lato, avventurandosi in un viaggio nei territori lisergici. Il risultato è un disco ammaliante dove gli Sherpa ci guidano, passo per passo, in un percorso fatto di atmosfere acustiche dilatate ed ipnotiche. Le tracce, sempre di 6/7 minuti di durata, accentuano lo straniamento, creando un limbo avvolgente dal quale è difficile staccarsi.

Tigris & Euphrates, l’ultima fatica della band di Pescara, è uscito il 28 settembre per l’etichetta tedesca Sulatron Records, fucina negli ultimi anni di interessanti dischi kraut /psych-rock. Il titolo fa riferimento al Tigri e all’Eufrate, i due fiumi che delimitano la Mesopotamia, “la culla della civiltà”, il luogo dove si sono costituite le prime città ed i primi Stati della Storia. Il disco si concentra proprio su questo: sulla necessità di scavare nei meandri della mutazione dell’essere umano. Le sei tracce di cui si compone non sono altro che un viaggio sognante nel lungo processo evolutivo della nostra specie, attraverso lo sviluppo del linguaggio.

La voce del cantante Matteo Dossena scandisce la discesa in maniera essenziale, senza mai rubare la scena ai tappeti sonori, un mare di ombre intervallate da qualche spiraglio di luce e speranza. Alla chitarra, al basso, alla batteria e al synth si aggiungono anche violino e sitar, apportando freschezza ed imprevedibilità alle trame sonore. Acid-rock e space-rock si mischiano ad echi folk allucinati, creando un mix psichedelico che ricorda per suoni e distorsioni molto i Kikagaku Moyo (specialmente agli inizi con House in the Tall Grass, più delicato e con un’anima più folk rispetto agli album successivi, basati su un krautrock con derive noise) e Jacco Gardner, seppur svestito di quella base pop che lo caratterizza.

Tigris & Euphrates è un viaggio oscuro ed onirico, da affrontare seduti, con le luci soffuse e il volume basso. Un album costruito su trame sonore blande, spesso solo accennate, quasi ciclico, che si avvolge su sé stesso, per finire e riiniziare ancora. Come l’evoluzione stessa.

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette