Recensioni

Quella di Sharon Jones rimarrà una delle belle storie degli anni Duemila, una di quelle che ti fanno riappacificare con lo showbiz. Nativa del sud (Georgia) ma cresciuta cantando nelle chiese di New York, Sharon Jones non è diventata un personaggio di successo fino a oltre i quaranta anni: riesce a pubblicare il primo singolo nel 1996 (Damn It’s Hot) e il primo disco lungo nel 2002 (Dap Dippin’ with Sharon Jones and the Dap-Kings). Ma a fare la differenza è il secondo, Naturally (del 2005), che mostra appieno le potenzialità classic-soul/r’n’b del connubio che non si scioglierà mai più tra la Jones e i Dap Kings, band di quel filologo della black music che risponde al nome di Gabriel “Bosco Mann” Roth, che è pure il patron della Daptone Records.
Sharon Jones può lasciare la sua vita di artista frustrata per entrare nel giro che conta, incendiando il pubblico con la sua straordinaria carica live. A cinquantatré anni firma forse il suo disco migliore, I Learned The Hard Way, che su queste colonne venne definito un tassello nuovo in una tradizione di female soul singer che affonda le radici in Bettye LaVette e Candi Staton. Erano gli anni di Amy Winehouse e la Jones sembrava destinata a godersi una seconda parte di carriera come alfiera del classic soul, delle radici della black music basate su solidissime capacità vocali, truthness e storia (e storie) di vita. Purtroppo una volta arrivata al successo è arrivata anche la malattia, che se l’è portata via poco più di un anno fa. Registrato con la fedele band di sempre, prodotto dall’inossidabile Bosco Mann e intriso dello stesso umore senza tempo che ha caratterizzato la sua carriera, Soul of a Woman è inevitabilmente un disco di commiato. Eppure, a sentire la prima parte piena di uptempo e atmosfere mai davvero cupe, sarebbe quasi difficile immaginare che sia stato cantato in condizioni fisiche che probabilmente non erano nemmeno lontanamente ideali. Un po’ diversa è la seconda parte, dove trova spazio un po’ di malinconia in più a tingere un suono che rimane. Qui, la doppietta finale è da sottolineare: Girl! (You Got To Forgive Me), con l’orchestra che dà ancora maggior forza a una disperata richiesta di perdono, e una finale Call On God che si chiude con il coro della Universal Church of God (il coro a cui la Jones è stata sempre legata), mentre Sharon sembra commuoversi o ridere, chissà.
Album come quelli di una volta, che raccontano in 36 minuti una vita un modo di essere, toccano corde profonde e appaiono sinceri dalla prima all’ultima nota. Così era Sharon Jones, così la ricorderemo.
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