Recensioni

Sta nel rifarsi al disco omonimo concepito con Yann Tiersen un lustro fa la chiave appropriata per addentrarsi in questo settimo lavoro di Shannon Wright. La quale festeggia il decennio di attività in proprio da che, abbandonate le Crowsdell, transitò dall’indie-rock a un folk-rock tormentato che risentiva del “post” e contemporaneamente mostrava una robusta conoscenza delle radici. Così la ragazza è maturata ulteriormente lungo un percorso di tre album, giocati tra graffiare di elettrica e pause pianistiche, un’ugola torturata e azzeccate seduzioni teatrali e classicheggianti. Mantenendo sempre la bussola e l’equilibrio, assieme alla consapevolezza che occorresse una svolta, prima o poi. La quale è giunta, come si dice in apertura, sotto forma di atmosfere più raccolte e trasparenti senza smarrire personalità né quel suo piglio severo, essenziale. Che è, probabilmente, quanto le ha sinora impedito di allargare quella cerchia di intenditori “underground” in cui la Wright è relegata da sempre.
Chissà che non tocchi a Honeybee Girls fungere in tal senso da giustiziere, col suo abbassare ulteriormente il volume trattenendo la profondità esecutiva e confinando l’elettricità a due tracce soltanto, affidando il resto di ed emozioni a corde delicate, oscurità di tasti e stridori collocati per lo più in sottotraccia. Pressappoco quanto accadeva due anni fa nel predecessore Let In The Light con più continuità, ma per favore che non si parli di un passo indietro. Di un girare attorno, piuttosto, come attestano la tesa Father e una controllata Tall Countryside, il girotondo alla P.J. Harvey Never Arrived e le amarezze zuccherine di Sympathy On Challen Avenue. Più d’ogni altra cosa, dimostra la grandezza della Nostra una Asleep sottratta per sempre agli Smiths levando la scorza drammatica e spedendo la melodia in volo nel vento. Da restare senza fiato e applaudire fino a spellarsi le mani per il coraggio e la maestria.
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