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Un pugno di canzoni di derivazione psych-folk, una collaborazione che si preannunciava interessante, un produttore a fare da Caronte in questo viaggio: sono questi i protagonisti dei sei brani che compongono l’esordio di SexWitch, progetto che mette insieme Natasha Khan (in arte Bat For Lashes) e i TOY. Guidati da Dan Carey – che assieme a Khan ha spinto inizialmente SexWitch verso i lidi di weird folk di cui si diceva – i musicisti in questione raggiungono un risultato stupefacente.

I sei brani del disco sono discese profondissime verso una commistione che sconvolge alcune idee filologiche: se unisci una band con l’amore per i suoni kraut, una cantante che qui diventa uno sciamano (il disco potrebbe essere la colonna sonora di The Wicker Man ai giorni nostri) in stile morrisoniano, il risultato che ti aspetteresti è un disco profondamente Seventies. Ed è proprio così, non fosse che fattori esogeni lo indirizzano verso lidi meno scontati, fattori che sono sia il contesto in cui viviamo, dove il folk non è più un elemento fondamentale (quando è stata l’ultima volta che il folk è stato al centro di un focus organico? Forse occorre tornare a quello post-war dei primi Duemila), già fuori dai più svariati revival, sia l’immersione in quel periodo più come attitudine che come fedeltà sonora.

Un esempio? Helelyos, dove musica e canto ci provano davvero a immergersi in quel mood, ma quel che viene fuori è un suono altamente no wave. Non post-punk, non new-wave: il tutto, pur non alzando o distorcendo mai il suono della chitarra. Qui i musicisti, che vogliono dar vita ad un disco che unisca l’esoterismo alla centralità ritmica (e tutto questo c’è), il folk al kraut, si ritrovano tra le mani un risultato profondamente urbano. Questo già di per sé è un merito, ma poi si ascolta War In Peace e ci si rende conto che una musica che risulta così legata al post-industriale è anche terribilmente umana: cos’è quello che ascoltiamo se non un dramma che poteva venire da un Lee Hazlewood alle prese con i Can, Brian Eno dall’altra parte del vetro? Tali istanze contrastanti sono tenute insieme con maestria, sapienza (anche per questo, la scelta di una durata e una tracklist così brevi?), unendo il trasporto fisico del groove alla libertà vocale della Khan, anche quando sono gli stessi musicisti a viaggiare liberi, come nell’opening di Kassidat El Hakka, cover di un brano del marocchino Abdellah El Magana. Sembra, per tutto il disco, di vedere il filo che lega la psichedelia Anni Sessanta con l’ossessione ritmica tedesca dei Seventies, fino allo sfogo (solo minimo) di No New York

Un lavoro che riesce nella non facile impresa di fondere trascendente e concreto, risultando comunque incredibilmente profondo, da qualsiasi punto lo si guardi.

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