Recensioni

La missione principale di una serie come Sex Education è sempre stata quella di essere al servizio dei propri personaggi. Lo ha dimostrato nella sua introduzione, con una prima stagione in cui sia i protagonisti che i comprimari venivamo abilmente posizionati su una scacchiera il cui terreno di scontro si andava a configurare con il dibattito in materia di conoscenza della sessualità nel mondo adolescenziale. Nel corso della seconda stagione si è assistito a un ampliamento degli argomenti affrontati, con un invidiabile equilibrio stilistico e narrativo, e con l’inserimento intelligente di nuovi personaggi e la giustapposizione di eventi scatenanti. Se c’è una cosa quindi in cui Sex Education non ci stupisce più – e la conferma ulteriore la dà quest’ultima entusiasmante stagione – è la ricerca dell’equilibrio sia narrativo che di ritmo nonostante l’enorme mole di personaggi in campo. Il colpo di genio della creatura di Laurie Nunn – sicuramente tra i prodotti migliori offerti dal bulimico catalogo Netflix – è quello di non aggiungere altri tasselli ai discorsi già affrontati in precedenza – abbiamo esclusivamente l’aggiunta di due personaggi per espandere il tema dell’identità non-binaria – e invece concentrarsi sui personaggi già rodati offrendo soprattutto a quelli secondari un nuovo e fresco punto di vista.
È quello che avviene ad esempio al personaggio di Ruby Matthews, che da semplice stereotipo (la ragazza popolare del liceo) si eleva a una tridimensionalità ricca di sfumature in grado di esaltare ancora una volta quello che inizialmente era solo un topos narrativo (il fatto che il bisogno di popolarità nasconda gravi traumi o taciute sofferenze casalinghe); o ancora al personaggio di Lily Iglehart, capace di incarnare il modello di sognatore pesantemente scoraggiato da un sistema scolastico che spesso e volentieri taccia come volgari e offensivi i propri studenti più brillanti e folli (ancora una volta la scuola come modello in piccolo della società tutta); la parabola di Aimee Gibbs, potente nella stagione precedente, si arricchisce e giunge una degna conclusione (la percezione del proprio corpo dopo un abuso sessuale); il personaggio di Isaac è utile a esplorare il terreno della sessualità nella disabilità evitando facili pietismi.
La terza stagione di Sex Education arricchisce e aumenta i punti di vista disponibili calandoli nel contesto di una distopia politica in salsa ridotta – questo è diventato il liceo di Moordale dopo l’arrivo della nuova preside interpretata da Jemima Kirke – il cui effetto sarà quello di creare unione e formare un fronte comune contro ogni tipo di bigottismo od ostracismo da parte delle generazioni più attempate e attardate al richiamo della contemporaneità e dell’urgenza di certe questioni. Emblematico in tal senso il dialogo finale tra il protagonista Otis e l’ormai ex-preside Hope.
L’errore di fondo è sempre quello di pensare al passato come a un periodo idilliaco scambiando per problematico il presente, quando invece viviamo forse nel periodo storico più aperto al dialogo generazionale. Non è un caso che questa sia la stagione in cui genitori e figli trovano finalmente un terreno di incontro stabile e proiettato nel futuro: le madri di Eric e Adam, ma anche la stessa Jean Milburn e Otis, pronti ad ammettere ciascuno i propri errori, così come l’arcigno ex-preside Groff trova il coraggio di affrontare le sue turbe psicologiche.
Dotata di mirabolanti sequenze squisite dal punto di vista stilistico (su tutte l’opening tutta al ritmo di musica con I Think We’re Alone Now dei Rubinoos, ma in generale la soundtrack è ricca di vere chicche come Macumba dei Titanic), la serie di Laurie Nunn (che in regia stavolta vede alternarsi il veterano Ben Taylor e la new entry Runyararo Mapfumo) ci ricorda l’importanza della psicanalisi e della terapia in tempi complessi e soggetti a un’esposizione (mediatica, sociale, identitaria, sessuale) mai così eccessiva, ed è un campanello d’allarme importante per una società interessata al miglioramento di tutte le sue parti.
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