Recensioni

C'è stato un momento – fine 2001, inizio 2002 – in cui Serj Tankian sembrava poter diventare il nuovo messia del rock. Tutto funzionava perfettamente nella Toxicity dei System Of A Down: la critica lo accolse come il più credibile antidoto – simile nell'aspetto, ma benigno nella sostanza – all'epidemia MTV-nu metal, il pubblico acquistava una copia dietro l'altra e gli ingranaggi mediatici non conoscevano intoppi.
Quotazioni poi ribassate con la doppia mandata targata S.O.A.D. del 2005: Mezmerize e Hypnotize, piacevoli ma colpevoli di alcune pecche autocitazionistiche. Archiviato il progetto S.O.A.D. – ripreso recentemente solamente a livello live – Serj Tankian ha dato vita ad una carriera solista fino ad oggi dignitosa quanto assolutamente trascurabile.
L'amore per il rock sinfonico e per i musical – esplicato a più riprese – viene in parte abbandonato in Harakiri, album scritto – facendo anche uso dell'iPad – e prodotto da Serj stesso e registrato con l'aiuto della band di supporto The F.C.C.
Contornato dalle consuete tematiche a sfondo social-politico, Harakiri si sviluppa partendo da Cornucopia e il suo chorus funzionale, passando per i soliti fraseggi S.O.A.D. a dosaggio punk-metal sorretti dalla vocalità ormai prevedibile – ma pur sempre unica – di Serj (Figure It Out, Butterfly e Uneducated Democracy) e rock ballads (la titletrack). Evitabili l'oriental-hop di Ching Chime e il didatticismo elettronico di Deafening Silence.
A breve faranno seguito due dischi semi-strumentali, uno vicino al mondo della musica classica (Orca) e l'altro al mondo della musica jazz (Jazz-Iz-Christ), immagine di un artista comunque poliedrico che si spera abbia capito che quel momento di cui si parlava ad inizio recensione, non si ripeterà mai più.
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