Recensioni

Metti insieme due teste calde del panorama sperimentale odierno, attivi da tempo anche in ambienti come la danza e il teatro, aggiungici un pizzico di genialità e la follia che a volte può far perdere di vista l'obiettivo, e il gioco è fatto. Ecco Geotope, il primo Lp di Yves De Mey e Peter Van Hoesen sotto il progetto Sendai (nome che già la dice lunga sulle atmosfere vagamente spirituali del disco), a tentare l'arduo compito di sperimentare sì, ma in pista. Impresa possibile (pensiamo al Byetone che l'anno scorso ci ha fatto ballare con Symeta), basta solo essere decisi sulla via da seguire e non smarrirla.
Artefici di una minimal astratta e concettuale degna dei migliori Pan Sonic, da anni ormai diventata appannaggio dei più a suon di esasperazioni, i Sendai vogliono darci prova di saper andare incontro alle esigenze del dancefloor, sperimentando un sound più concreto e meno rarefatto, ammiccante a certi capisaldi del passato (Plastikman, ma anche il primo Alex Under). Minimal meets club, dunque? Sì e no. Il tentativo si avverte ma sempre fin troppo velatamente, e il disco rimane in bilico, concedendoci solo a sprazzi qualche barlume di originalità e pragmatismo. Le tracce più celebrali sono tecnicamente impeccabili e non deludono le aspettative: se con Terminal Silver Box ci tuffiamo nell'ovatta claustrofobica di droni classici schizzati su sottofondo sognante e apocalittico (sembra di sentire l'ultimo Cyclo), in Refusal Celebrate Statistical Probability, un glitch ossessivo interviene a rendere l'insieme più industrialmente agonizzante.
Fin qui nulla di nuovo, ma tutto ottimamente confezionato. In Win Trepsit/Brief Delay sette minuti di atmosfera pura ci lasciano navigare in un nulla quantomai accogliente, mentre Emptiness Of Attention è apoteosi del silenzio, ovvero come rendere l'idea del vuoto attraverso un semplice rumore, un unico logorante drone. Una suggestiva odissea nell'inconscio dunque, atemporale e mistica. Ma statica. Le tracce più accese sembrano finalmente rispondere alle urla dei nostri piedi, ma mai fino in fondo: Following The Constant ci annoia con un breakbeat di due secondi ripetuto per ben otto minuti, mentre Further Vexations, potente e sincopata, omaggia sì l'Alva Noto più in forma, ma non abbastanza per rimanere impressa.
Solo due pezzi riescono ad incarnare il compromesso perfetto tra mente e corpo che si va cercando, per quanto in modo diverso: EP2010-4, che nitida e secca strizza l'occhio al dubstep, con glitch distorti e synth acidi ad affinare ancora più il suono e amplificarlo, e Geotope, dove i drums scompaiono e si piomba in un tunnel techno dalla cassa dritta, profondo e viscerale. Ecco il disco dovrebbe giostrarsi tra equilibri come questi per funzionare davvero, ma l'eccesso di zelo gioca brutti scherzi e il rischio è quello di smarrirsi in una ricerca fine a sé stessa. Bello ma non balla. Non come avrebbe voluto, almeno.
Amazon
