Recensioni

Tra amori finiti male e trapianti finiti bene, torna l’ex starlette Selena Gomez con un disco che parla di empowerment e di accettazione di sé stessi. Canzoni scritte dal solito team di autori, produzioni confezionate con tutti i crismi per avere una vita dignitosa su Spotify, il prevedibile intingolo di dancehall, latinità assortite, EDM, pop e post-trap: nulla di nuovo sotto il sole, e nonostante qualche numero salvabile parliamo di un altro disco che finirà presto nel dimenticatoio.
L’inizio non è neanche malaccio: Rare è un buon prodotto pop, Dance Again un trattorino dance, con basso funky surgelato e bouncy il giusto, Lose You to Love Me è il singolo-ballata strappamutande che non poteva mancare. Poi si procede per alti (pochi) e bassi (tanti, anche se mai imbarazzanti): Vulnerable è una sottile cavalcata house che procede senza mai disinserire il pilota automatico, Ring è l’ennesimo dimenticabile plagio/scopiazzatura di Havana di Camila Cabello, Crowded Room finisce con l’essere solo soporifera, Kinda Crazy e Fun – come lasciano intendere gli scialbi titoli – non hanno assolutamente nulla di rilevante da dire. C’è pure Cut You Off, stanco inseguimento di Ariana Grande a cui non crede nessuno, e si sente.
Salviamo qualche pezzo funzionante, come gli spezzettamenti vocali di Look at Her Now, o il tandem People You Know e Let Me Get Me (che sembra guardare vagamente a Billie Eilish). Discreta chiusura A Sweeter Place con Kid Cudi che batte un colpo. Troppo poco per salvare, abbastanza per non condannare senza appello.
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