Recensioni

7.1

Si scrive Sedibus, si legge Alex Paterson. Si legge Alex Paterson, significa The Orb. Forse non è neppure il caso di aprire questa recensione con il canonico adagio “ci eravamo lasciati…” a voler segnare la continuità di un discorso artistico, perché quello di Paterson non è un percorso lineare quanto piuttosto una galassia da navigare a vista. Così per questa nuova manifestazione le orbite (sic) che si riavvicinano sono quelle del nostro con un Andy Falconer sodale di vecchia data, all’alba degli anni ‘90 e dell’ambient-house in divenire. 

Se l’occasione di questa pubblicazione è anche pretesto per presentare la neonata etichetta targata Paterson (la Orbscure Records), i fili che si tornano a intrecciare sono quelli con la traiettoria disegnata dalle Avventure Oltre l’Ultramondo che in No Sounds are out of Bounds (2018) avevano trovato sponde e dialoghi con una pletora di ospiti e collaboratori (no news) come Youth, Hollie Cook, Roney FM, Roger Eno. Qui invece la faccenda è meno estesa, e si tratta di una partita a due: Falconer – Paterson. Il primo, che ai tempi curò la produzione proprio di Adventures Beyond the Ultraworld, impegnato qui a mixare le tracce che in un fitto scambio via web hanno giocato a ping-pong tra Germania e Regno Unito. Il risultato in effetti si dimostra equilibrato nell’amalgamare gli asciutti canoni mittel-europei al ruvido sostrato dub d’oltremanica. 

Con l’evocativo scampanellare campestre di Afterlife Aftershave (la mente si sintonizza immantinente sulla copertina di Chill Out per cercare consonanze) comincia l’immaginario lift-off – distillato e asciugato all’osso dronico – di un discorso che porta in quota, attraverso i campionamenti di Toi 1338b, verso un cosmo costruito nel dialogo con l’Apollo di Brian Eno – e chissà che il buon Alex prima o poi non coroni il sogno, mai troppo celato, di collaborarci. Poi certo: i quasi 19 minuti di Unknowable segnano insieme la fedeltà e lo scarto verso the Ultraworld che, restando nella scontata metafora cosmica, appare lontano anni luce. E in effetti il bagliore è il medesimo, ma ci giunge filtrato dagli anni, dall’esperienza, banalmente dallo spazio-tempo. La patina di humor che vestiva gli Orb di allora qui svanisce come profumo sulla pelle, il piano italo-disco suona ora incombente e tutto sembra scurirsi in una techno inghiottita dalle profondità siderali che Papillons attraversa nell’oscillare di una massa sonora che esalta tutte le qualità elettroacustiche di un disco che, sinceramente, non aveva bisogno di confermare un bel nulla. 

La strada degli Orb è fatta insomma di traiettorie che si ritrovano, discorsi ai quali Falconer prima di tutti ha sempre qualcosa da aggiungere senza suonare ripetitivo: ora in una forma, ora in un’altra. Se quel che conta è il contenuto, questo è un signor disco ambient che nel dialogare con le proprie premesse sa ancora coltivare una sincera curiosità su quel che sarà. Bene.

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