Recensioni

Ben quattro anni dopo l’uscita di Claustrophobia, che mostrava uno Scuba molto SCB, dunque immerso in una techno analogica tra field recordings e atmosfere, a metà del guado tra Moritz Von Oswald Trio e Plastikman e quindi in controluce rispetto al precedente Personality, Paul Rose torna a firmarsi con il suo alias di punta e volta pagina. Lo fa con un EP, Expectations, che riavvolge il nastro sul lato house della sua produzione ma non guardando avanti, bensì indietro, rimestando cioé ricordi di Second Summer Of Love, euforia rave e memorabilia garage.
Sulla carta sembra già un passo falso, anche perché parliamo di un producer molto differente da quello incontrato all’altezza del Fabric 90 – nella cui visione rientravano Surgeon e Donato Dozzy, Pearson Sound e Stenny – e va da sé lontano anni luce dalle ristampe che ne hanno rimpiazzato l’assenza discografica (vedi la riedizione del debutto A Mutual Antipathy, la raccolta Singles & Extras: 2009-2010 e la compilation SUB:Stance In Retrograde, che celebrava l’epopea della mitica serata berlinese da lui organizzata assieme a Paul Fowler dal 2008 al 2013). In pratica dopo essersi preso un lungo stop dai tour, devastato dai 1500 voli presi in dieci anni d’onorata attività, Rose torna Scuba con un lavoro in 4/4 sui 125 bpm tra maniera e divertissement. «Alcune tracce sono da prendere sul serio, altre no», avverte lui su Twitter, e dunque ascoltando la title track si resta quantomeno disorientati, cercando il senso di questa tech-house da big-room (con tanto di sample – Dance With Me di Control – già utilizzato dal producer nel 2012), dagli ovvi richiami Chicago, rave e garage, materiale buono per le pennette dei Martinez Brothers, alla faccia di SCB e di quel percorso parallelo rispetto alla compagine HD bazzicato lo scorso anno in Caibu. Il giro conceptronico non è mai stato affar suo, e lo sappiamo, ma manco ribaltoni alla Skream se è per questo.
Le expectations su Scuba sono sempre belle alte e lui – che in Voices ci mette appunto le (sue) vocal – sceglie acid e traxismo sulle prime, salvo poi stemperare su una trance da James Holden (quello di Horizons), altro sguardo 90s (questa volta fine decennio) che in Burn Out si arricchisce di richiami wave con chitarrina space disco al seguito. Sulla produzione generale nulla da dire, sull’attitudine parecchio. Scuba e retromania sono due keyword che facciamo fatica a vedere una accanto all’altra. Avesse usato lo storico alias house ESS nulla da ridire, ma appunto una risposta ce la si può dare anche così.
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