Recensioni

Mentre ascoltiamo questo disco, sesta prova lunga per Scout Niblett, sembra quasi di vedere il ralenti di ferite che si aprono mentre la crisi sentimentale sboccia e si consuma, melmosa e ruvida. Non è certo una novità in ambito rock, ma fa sempre un certo effetto vedere apparecchiate sulla mensa collettiva le magagne domestiche dell’artista di turno. Meglio se – come in questo caso – non ci sono margini per la calligrafia becera da reality perché un realismo intimista crudo e a tratti crudele si prende tutta la scena. Oltre che nel titolo, dove Scout chiama in causa se stessa col nome di battesimo, il suggello sul certificato di autenticità viene ricercato nell’essenza lo-fi grunge del sound, spartano e frugale come una jam in purgatorio tra Cobain e Jason Molina (vedi la struggente All Night Long) evocata dalla stregona PJ Harvey (l’iniziale Gun sembra piovere direttamente da Dry).
Sembra insomma che la (ex) ragazza dello Staffordshire trapiantata a Portland abbia concepito questo figliolino selvatico nella febbricitante solitudine della cameretta, per poi al bisogno fargli indossare abitini più aggraziati (le malinconie d’archi come in My Man e What Can I Do?) o casomai più pesanti (le inquietudini post-wave di Second Chance Dreams), grazie anche al non piccolo aiuto di amici batteristi quali Dan Wilson, Jose Medeles (già The Breeders) ed Emil Amos, nonché dagli autori di colonne sonore Stenfert Charles. E’ insomma una liturgia del disincanto che la vede tra le altre cose capace di cartigli folk-psych indolenziti circa Will Oldham (Could This Possibly Be?), irrequietezze vaporose Yo La Tengo (il languore terra-aria di Can’t Fool Me Now) e una rilettura di No Scrubs delle TLC che caracolla frusta e ingrugnita come il rimpianto dell’innocenza avariata.
Disco ininfluente per le magnifiche sorti progressive del rock contemporaneo e che non sposta il baricentro della carriera di Scout/Emma. Ma è carico di sostanza, densità, passione. Ovvero, è esattamente quello che doveva essere.
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