Recensioni

Già nell’intervista che ci concesse nel 2013 Paul Rose affermava di avere in cantiere un album con il suo alias techno di lungo corso. Era il periodo in cui iniziava a pensare a Claustrophobia, suo ultimo album sotto la ragione sociale più famosa (Scuba), ed era anche il momento in cui il suo interesse per l’asse Berlino-Detroit e per una techno suonata dal vivo, lo avrebbe tranquillamente portato a firmare quel disco sotto il nome di SCB. Forse la mossa era prematura e un disco lungo sotto quel nome arriva soltanto oggi (e senza fretta) come selezione e compendio di tracce pescate dai recenti EP Below The Line (Five Degrees, Opposition Division, The Cut) e Old Media New Society (Laboratory Condition, Freedom For The Fifty) – ma anche da un nuovo mini in uscita il prossimo maggio, Engineered Morality (Intelligence Fetish, Fishbowl) – e brani completamente inediti che vanno idealmente a sposarsi con la narrativa immaginaria introdotta dalla nota stampa che accenna a disastri climatici e trapianti di cervello (…funzionali all’aumento delle capacità cognitive).
Cybernetica, dark ecology, sci-fi e tutto ciò che in questi ultimi anni sta tenendo banco a livello di immaginario associato alle musiche elettroniche (intellettuali o meno) che ragionano sul club, sembrerebbero introdurre un lavoro di rinnovamento, magari non linea con Arca, Holly Herndon e Oneohtrix Point Never, e pure di convergenze parallele con l’ultimo Lee Gamble, ma Caibu non è niente di tutto ciò, anzi mette in scena un’idea di catastrofe e sciagura che s’inserisce in un solco eminentemente techno (Opposition Division), soltanto ripreso e ripensato con macchine analogiche e un sound basato sull’hardware che nel frattempo, non certo da ieri, ha ottenuto larghi consensi tra i producer di tutto il mondo, in particolare UK (vedi Blawan con la sua acid techno, Mumdance e James Holden con le loro macchine personalizzate, Joy Orbison, Rival Consoles ecc.). Rose fa la sua solida techno sporcata delle influenze basali che da sempre lo contraddistinguono (idm e trance), utilizzando arpeggiatori, synth e quant’altro e ricordando così di striscio Vangelis e Blade Runner, ma più concretamente la prima ondata di producer elettronici dalle velleità non soltanto clubbiste. Mancano le fini texture di Claustrophobia e della produzione targata Scuba, è tutto più quadrato (The Cut), in alcuni momenti si ripesca la lezione degli Orbital (Five Degrees), ma sul lato house (non completamente scoperto) vien fuori anche della buona progressive in versione coerentemente tetra (Laboratory Condition).
L’impianto SCB è intatto e mostra nervature e tessuti muscolari che rimandano a quella Berlino che, dal 2008 al 2013, vide Rose e il suo collaboratore Paul Fowler dare vita all’avventura sub:stance. Dimenticavamo: pur scuro e umorale, Caibu contiene anche bombe per il dancefloor che spezzano bene il portato elettronico esplorativo della proposta. L’ennesimo passo di lato per Paul Rose, eppure una nuova testimonianza della sua classe e bravura.
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