Recensioni

7.55

Il contrasto è affascinante: da un lato i versi poetici di Pieralberto Valli, scarni e introspettivi come pochi, lontani dai finti intellettualismi e perfetti d'esistenzialismo; dall'altro la musica di questo terzo disco dei Santo Barbaro, elettronica spuria venata da certe claustrofobie concettualmente non troppo distanti – pur con le dovute differenze di strumentazione – dal lavoro di formazioni come gli Einstürzende Neubauten. Opposti che in sé racchiudono uno scambio, una sensibilità torbida e minacciosa costantemente sul punto di deflagrare, tra parentesi ambient celestiali (Io non ricordo) e ribollire canceroso (gli Air malaticci in salsa kraut dell'introduttiva Urania), aperture luminose baciate dagli archi e poi sommerse da una techno-idm in formalina (la splendida Prendi me) e incedere marziale dalle valenze quasi blues (il brano Quercia, ispirato a un episodio de Il libro degli esseri immaginari di Jorge Luis Borges ).

In Navi i confini si fanno labili, la chiave di lettura pure: i suoni sintetici sono un foglio bianco su cui scrivere liberamente, piuttosto che un genere stringente e hypato; la parola è soppesata e ridotta alle sue forme elementari, in un risparmio narrativo che lascia tutto lo spazio al mood che riescono a costruire i brani nella loro interezza. Febbrili, chimici, visionari, capaci di osare interferenze inconsuete tra linguaggi agli antipodi. “Santo Barbaro come ode alla diversità, alla molteplicità”: Navi, di questa diversità “santa” è lo zenith, l'espressione completa. Come dimostrano anche la new wave zoppa di Terzo paesaggio, lo Springsteen decapitato (altezza Nebraska) de La tempesta, l'electro profonda e narcotica di Non sei tu o il trip-hop di Nove navi. Un linguaggio che si compone pezzo dopo pezzo, in un confronto estenuante tra le parti che ha la facoltà di portare quasi sempre dove non ti aspetteresti.

Il precedente Lorna è lontano, per l'estetica generale ma soprattutto per il fattore ritmico: là morbido e allentato, qui ben presente, talvolta rigoroso, seppur aperto a trame più flessibili. Anche se a cambiare è proprio la prospettiva generale: non più solo canzone d'autore, piuttosto un universo a sé stante scolpito nei suoni del sintetizzatore almeno quanto nelle parole. Avventuroso senza suonare ostico, il terzo disco dei Santo Barbaro è un lavoro con cui fare i conti un passo alla volta, dalle prospettive ampie e certamente poco in armonia con con le facilonerie da web 2.0 a cui certo indie autoctono degli ultimi tempi ci ha abituati. Tanto basta a farcelo amare.

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