Recensioni

Si chiude una porta e si apre un portone, diceva qualcuno. I Santo Barbaro, dopo un (terzo) ottimo disco – purtroppo poco recepito dal pubblico – come Navi, avevano deciso per l’eutanasia. Non fosse che in punto di morte, la band di Pieralberto Valli e Franco Naddei, una volta sturato l’esistenzialismo ottundente ma necessario in quell’album, si imbatte nel corpo. “Corpo come antitesi alla prigionia della mente, come terra, spazio fisico e cosmico fatto di boschi, avvallamenti, cieli e isole in interazione con altri corpi-isole. Ma anche come unico mezzo per arrivare ad una altezza spirituale che ci fa viventi, solitari eppure mai soli”.
Da dove ripartire, dunque, per rinfocolare motivazioni ed entusiasmo? Nello specifico, dalla contingenza dell’interazione e dell’imprevisto, per celebrare quella variabile impazzita e un po’ neorealista (in tempi di laptop a oltranza) che risponde al nome di “interplay”. Registrare un disco live in brevissimo tempo, arrangiandolo sul momento con tutti i musicisti coinvolti e conservando quello che viene fuori, qualsiasi cosa sia. L’esatto opposto di quanto fatto per Navi, dove invece si era decostruito e ricostruito, con un lunghissimo lavoro in studio. Questa volta bastano pochissimi giorni di registrazione, un’approccio da buona la prima, un microfono panoramico o poco più, ma soprattutto una famiglia di corpi – in tutto nove – chiusa in un’unica stanza (il Cosabeat): oltre al duo Valli-Naddei, ci sono infatti Michele Camorani (batteria), Matteo Teio Rosetti (batteria), Diego Sapignoli (percussioni), Lucia Centolani (percussioni), Francesco Tappi (basso), Roberto Villa (basso) e Michele Bertoni (chitarra), parti integranti del progetto e non semplici comprimari.
Il risultato di questa collisione di intenti è un suono fisico e in qualche modo atipico, per la formazione romagnola, un post-punk riconoscibile come tale, ma sufficientemente angolare da non suonare scontato. Ascolti giovanili che si trasformano in uno stream sonoro quasi sempre circolare, col marchio Santo Barbaro avvitato sulle ritmiche sghembe (Cosmonauta) o percussive (Pavlov), su certe atmosfere oscure e metalliche (una La necessità di un’isola che sembra rimandare all’immaginario dei Bachi da Pietra), nel cantato sussurrato, nei testi ermetici e reiterati. E’ un sistema estetico che bada a far fremere l’attenzione di chi ascolta con lo spleen, più che con un approccio cerebrale, pur senza cadere nel tranello della banalizzazione.
Il disco della “ripartenza” è anche il disco delle citazioni più riconoscibili (anche questa, una novità in un universo Santo Barbaro solitamente autarchico): il cantato di Valli sfiora i CCCP, ma anche i primi Diaframma, in Lacrime di Androide, Corpo non menti sembra quasi un brano in stile Black Rebel Motorcycle Club, Finché c’è vita rimanda all’anoressia sonica della PJ Harvey di To Bring You My Love, In memoria di nessuno è psichedelia narcotica di ottima fattura. Eppure, nonostante il linguaggio si sia fatto più riconoscibile, rimane ben presente quella inquietudine obliqua che abbiamo imparato ad associare alla band e che qui guadagna nuova linfa, pur mettendosi in gioco. Solo per dire che la scommessa ci pare, alla fine, vinta.
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