Recensioni

A dieci anni dal primissimo 12” (Auris Interna), a cui è seguito un monitoratissimo debut A Fallen Empire, Samuel Kerridge continua un personale percorso che della techno ha sempre meno e dell’industrial sempre di più. All’inizio era considerato il migliore e più promettente producer della Downwards di Regis e Co., in seguito, se l’influenza techno industrial non è mai del tutto sparita, il mancuniano si è tenuto al largo da chiese, mode e purismi vari.
Nel 2015, ai tempi di The Silence Between Us, ci raccontava della sua passione di sempre per Throbbing Gristle, Coil e Cabaret Voltaire, della disaffezione per la techno canonica («C’è davvero qualcuno che vuole fare sesso tutte le sere nella posizione del missionario? O è meglio aprire il kamasutra?»), ma anche del supporto della famiglia (il padre è un ex traveller). Il nuovo lavoro arriva a tre anni da The Other, album in collaborazione con Taylor Burch, che Nicolò Arpinati aveva descritto come un flusso continuo e pulsante, memore dell’electro-wave più cibernetica e ammantato di una sensualità ambigua e tenebrosa, capace di connettere, tramite le visioni più futuriste del post-punk, il Bowie berlinese a recenti riflessioni su gender e post-umano.
Lo avrete capito, Kerridge sa il fatto suo, vanta un’acquisita conoscenza e una buona padronanza di un ampio parco di generi e stili che copre più di quarant’anni di storia. E il nuovo Kick To Kill, che esce per la personale etichetta con lo stesso nome, sembra voler farsene carico con rinnovata liberà creativa a fronte di una solida maturità artistica. Nessun problema, dunque, nell’attaccare con un torbido punk fatto di chitarre, basso e distorsioni assortite, cantato, o meglio declamato, à la Fall (Shit In Glitter). Una intro in sospensione che riflette lo scatto scelto per la copertina con anfibi e tartan, a portar alla mente il SEX di Vivienne Westwood e Malcolm McLaren come anche la folgorante avventura dei Sex Pistols.
È una falsa partenza, in verità. Il resto della scaletta viaggia su un’elettronica affatto frontale, un serpente maculato che si muove sotto inesorabili pulsazioni primitive, staffilate synth-noise-wave e tattili rintocchi di martelli, metalli e laser. Presagio (Pogo), thrilling (Cut The Flesh) e in definitiva prese di coscienza di una realtà in cui un’apocalisse s’è già consumata (Levitate) sono alcune delle connotazioni psicologiche in cui Kerridge vuol calare l’ascoltatore. Non stupisce che nei punti più bui del disco a venir richiamata sia certa dubstep catacombale (Pinch è il nome da spendere per In Memoriam to Identity). Come non è neppure strano trovarci squarci “futur jazz” à la Autechre (Alternative Rhytm Section). Il risultato, per quanto eclettico, è compatto, affascinante, catartico. Il miglior disco industrial ascoltato quest’anno.
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