Recensioni

L’immaginario di riferimento dei Sacri Cuori, quel misto di Morricone, blues, Centro America, twang di chitarre e Romagna felliniana – ovvero ciò che ha reso Rosario l’ottimo disco che è – non offre a prima vista margini per particolari rivoluzioni stilistiche. Il lavoro portato a termine nel nuovo album, infatti, ha a che vedere più con i dettagli, la riorganizzazione dei contenuti, o come si dice in certi ambienti, l’attitudine. Tanto per sottolineare che la differenza, in questo caso più che in altri, la fanno l’intelligenza e la bravura dei musicisti.
Sì perché ascoltando brani come Una Danza, Dancing (On The Other Side Of Town) o il singolo Delone – cantati dalla musicista-performer australiana Carla Lippis – non si può non pensare alla lezione di Nancy Sinatra e Lee Hazlewood, e si corre così il rischio di banalizzare un disco che invece banale non è. Tanto che il giudizio finisce per muoversi sottotraccia – come potrebbe accadere di fronte a un album jazz – col fine di valorizzare le aperture armoniche, il reticolato di strumenti e fraseggi che regge il tutto, ma anche quella sensazione di “libertà” nella scrittura che si respira un po’ ovunque nei solchi. Ad esempio nell’easy listening di La Marabina, che inizialmente sembra una versione folk dei Montefiori Cocktail e a metà strada si trasforma in un blues acido, in una Cagliostro Blues caracollante e ironica (e a suo modo quasi psichedelica) o in una Seuls Ensemble che parte abbozzata tra fiati e percussioni, per poi inventarsi un assolo di chitarra trascinante su una struttura sonora in controtempo.
Poi ci sono i Sacri Cuori più riconoscibili, ovvero quelli al confine col Messico di Madalena, i cuginetti beneducati e scolarizzati di Tito & Tarantula di Bendigo, i nostalgici dei Sessanta cinematografici italiani (El Comisario) o del Biancosarti in Piazza di Spagna (Dirsi addio a Roma). Per un disco che rimescola le carte, applicando una logica che pare aver molto a che fare con un approccio alla scrittura induttivo (dall’interplay al brano) più che deduttivo. Il risultato è un lavoro ricchissimo, che con la sua classe – e un parterre di ospiti che comprende Howe Gelb, Evan Lurie e Steve Shelley (Sonic Youth) – conferma la caratura di una band più che mai – e consapevolmente – da esportazione.
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