Recensioni

7.0

Un artista che propone performance per batteria sola mi interessa. Mi interessa ancora di più se la performance è per solo rullante. Sono andato a vedere Ryosuke Kiyasu per sublimare quel misto di ammirazione, invidia e scherno che non può non sorgere davanti alle centinaia di video Instagram in cui il percussionista giapponese si contorce avvinghiato al tamburo, strappando cum grano salis malcelati mezzisorrisi ad almeno una manciata sparsa di astanti per volta. La domanda è, quindi, solo una: Ryosuke è l’interior semiotics della improvvisazione libera, radicale o non idiomatica per rullante, o c’è vera carne, vero respiro, vero sangue, dietro, dentro quello che fa?

Per rispondere a questa domanda sono stato all’ormai storico Ziggy Club di via Madama Cristina, Torino, posto in cui ti senti subito a casa tua, dove due giorni prima avevo visto un devastante set di Alessandro Gori/Lo Sgargabonzi. Un po’ come del comico aretino, anche del musicista giapponese si sa pochissimo, non dove né quando esattamente sia nato per esempio, se non che ha cominciato a portare in giro le sue performance per rullante negli Stati Uniti nel 2003 e che ha all’attivo vari progetti (leggasi gruppi) tutti più o meno descrivibili come underground e/o estremi (da qualche anno è il batterista della storica band psych Fushitsusha del guru noise Keiji Haino).

Sul piccolo palco, con il rullante su un tavolino quadrato di legno su cui è attaccato un microfono a gelato, Kiyasu comincia a lavorare con le spazzole, passa poi alle bacchette, poi al corpo a corpo con il tamburo, poi sposta il set – cioè il tavolino – sotto il palco, in platea, in mezzo agli astanti. In tutto saranno circa 40 minuti scarsi così, in cui il pubblico, piuttosto folto per un evento del genere, resta con gli occhi attaccati addosso al musicista, ai suoi movimenti, suoni. Kiyasu si capisce che ha tecnica, ma qui il gioco è metterla tutta al servizio di un suono materico, di legno e metallo, che pochissimo concede alla musicalità, anche di stampo ritmico, e che però riesce a essere comunque sensualmente ipnotico.

Kiyasu non suona il rullante: suona il rullante, suona il tavolo – anche ma non solo come poteva farlo, che so, Gegè di Giacomo – e suona il microfono. Quello che fa sul rullante, cioè, è progettato per suonare e risuonare dentro questo circuito triadico. Senza tavolo e microfono le stesse cose sarebbero depotenziate. Senza tavolo e microfono per farne di analoghe, omologhe, dovrebbe farne di diverse. I 40 minuti passano come un’unica tirata, un unico singulto, tra fiato sospeso e fiatone, e passano divertenti, sono sensati, avvincenti, lo spettacolo è da vedere, e da vedere lì e non altrove, sicuramente non su Instagram, in un bilanciamento oculato di elementi, vuoti, pieni, colpi, bacchettate, pelli, bordi, manate, ditate, marzialità, tribalità, accelerate, ralenti, fino al gioco di fuoco finale con il musicista addosso al rullante, che soffia sulla e attraverso la pelle, e poi lo brandisce come una sorta di trofeo, corona o maschera (o più semplicemente come un rocker terrebbe la sua chitarra alla fine di un solo estenuante). Ma non come vittima sacrificale.

In una gestualità che pure potrebbe teoricamente ammetterli non ci sono, infatti, nessuna seriosità, nessun nichilismo, nessuna cupezza, ma solo un gioco tra corpi, di carne e ossa, legno e metallo, come confermano i grandi sorrisi liberatori e amichevoli e la giovialità del musicista a fine concerto. I live di Kiyasu non sono un baccanale, non sono solenni, non hanno nulla di sacrale, se non quello che deve avere un momento in cui si sta immobili e zitti e si dà spazio assoluto a una performance su cui tutto e tutti sono concentrati. Non sono un rito sacro i concerti di Kiyasu ma una festa sì, un happening che peraltro inizia psicologicamente già con l’incontro tra spettatori che si riconoscono in quanto tali ancora fuori dal locale, vicendevolmente adocchiatisi come pesci fuor d’acqua in quel baretto shabby chic lì proprio davanti al locale.

Kiyasu è a suo modo un genio: ha trovato una cosa sua, probabilmente solo sua, oggi, la porta avanti in maniera inesorabile e apparentemente incompromissoria, ed è riuscito a posizionarsi come vero e proprio creator/influencer di un mondo, quello dell’impro radicale, che con lui, in lui, per un verso è riuscito a escogitare un modo per intrattenere e soprattutto raccontarsi in forma spettacolare e per un altro è ancora comunque riuscito a non sputtanarsi.

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