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Assiduo utente di twitter, re delle freddure, aspro commentatore Ryley Walker è uno che posta foto dei cd a un dollaro che acquista regolarmente, uno che celebra l’anniversario della sua disintossicazione, e percula amabilmente colleghi. Quando si tratta di fare dischi però abbandona ogni spirito burlesco, fa sul serio rivelandosi un lavoratore instancabile che appare come un fannullone disordinato. Dal suo ultimo album solista, Deafman Glance, pubblicato tre anni fa, il ragazzo di Rockford ha messo mano a una reinterpretazione in trio di un famoso bootleg della Dave Matthews Band, ha registrato musica con il trio punk dei Running, ha collaborato con l’amico batterista jazz Charles Rumback. Solo per dirne alcune.
In tutto questo la sua chitarra non si è mai accontentata di limitare una singola linea, un singolo attacco. E non inizia certo a farlo adesso. Con Course In Fable Walker suona l’irrequietezza math-rock e le torsioni di un artista che è finalmente presente a se stesso durante il processo artistico: “There’s a lot more gratitude in the music”, ha confessato riferendosi ai lavori legati al passato in cui si sentiva completamente “fucked up”.
Walker offre un disco magistrale in cui combina indie folk, math rock, jazz, prog per sette canzoni labirintiche in cui le melodie si muovono in direzioni inaspettate simili sì alla musica prog ma con una diversa assimilazione, totalmente votata alla melodia. Con il suo agile finger-picking à la Bert Jansch si inserisce perfettamente in quel regno acid folk, senza però mai perdersi negli stilemi di alcuni colleghi pastorali: siamo molto lontani dal frondoso psych-folk di Primrose Green, con un disco che scava nelle radici di Chicago, attingendo al gusto dell’improvvisazione ormai firma personale della sua produzione.
Course In Fable rappresenta un ciclo di canzoni che continuamente sfida se stesso, in cui i testi vivono di una scrittura obliqua, picassiana, cospargendo i brani di post-adolescenza suburbana, di un’età adulta vissuta in tour, con un gusto ginsbergiano fra sigarette al mentolo, esaurimenti nei parcheggi e bocche piene di merda. Il canto burroso di Walker incendia e ustiona con un surreale fiorire di astrazioni prog-rock mentre fonde tempi e movimenti.
Affidare l’apertura a serrati disegni prog come quelli quasi kingcrimsoniani di Striking Down Your Big Premiere suona come una dichiarazione d’amore e d’intenti capace di cucire assieme assoli di chitarra traballanti a cambi di tempo inaspettati, percussioni smorzate e lamenti elettrici. L’urgenza in cui si muove A Lenticular Slap regala superbe linee acustiche discendenti contro un basso testardo e ronzante, dimostrando una costante ricerca di pattern ritmici e chitarristici alieni in grado di dare nuova veste e nuova vita melodie confidenziali. Walker compone il suo piccolo capolavoro on the road, un racconto breve dal finale selvaggio, nel languore fluido e impetuoso di Axis Bent, accenno metafisico ai Wilco, altra istituzione di Chicago.
E se Rang Dizzy suona come la versione post-rock di Bryter Layter, Clad with Bunk è un folk-rock quasi jazzistico in odor di seventies, prima che una chitarra blues prenda il sopravvento. Nei sette minuti del jazz spettrale di Pond Scum Ocean chitarra e percussioni si fanno liquidissime mentre Walker si lascia andare a elucubrazioni da peripatetico, “la giostra mi punge ancora le cornee / in effetti la vista della rotazione fa sembrare il mondo più lento / se solo facessi beneficenza più spesso, le strade della città avrebbero uno sputo splendente”.
In chiusura arriva placido il groove fumoso di Shiva With Dustpan dall’andatura dolcissima che rivela gli arrangiamenti per archi di Douglas Jenkins (Portland Cello Project) in grado di conferire una grazia composta a un finale morbidissimo sebbene costellato da alcune delle liriche più toccanti e aggressive dell’album, “gli occhi rotolano dietro la mia testa per vedere un pignoramento bancario dall’interno”. Ancora una volta Ryley Walker riesce a trovare il perfetto equilibrio tra il piacere melodico e la complessità introspettiva dopo la scintilla scoccata con Deafman Glance nel 2018.
Walker e soci – la band è formata dai sodali di sempre come Andrew Scott Young al basso, Bill MacKay alla chitarra e Ryan Jewell alla batteria – suonano come un’orchestra jazz-prog che vira dentro e fuori dalle corsie musicali, toccando la deriva a passo lento o strappando folate di note a un ritmo urgente. Nessuna canzone sembra riuscire a rimaner ferma troppo a lungo su una melodia. E in questo ritroviamo la volontà, ormai esplicita, del musicista americano: Ryley Walker continua a esplorare il linguaggio folk come in un’avventura obliqua andando alla ricerca del suono di una città. Quella Chicago degli anni ‘90 che ha dato vita a realtà come Gastr del Sol e Tortoise (non a caso John McEntire qui si diverte a produrre e a giocare col vibrafono). In questo nuovo lavoro si percepisce tutta la devozione per il suono dei Genesis – soprattutto nelle strutture dei sette brani mutevolissimi – e per le vocalità importanti come John Martyn e Tim Buckley. Fondamentalmente Course In Fable è la gioia imprevedibile di chi è sempre attento a garantire il virtuosistico comando della chitarra non facendo mai mancare un approccio lirico personalissimo e diretto. Un disco che riesce a far mancare una città anche a chi non c’è mai stato. Complesso, solido, liberatorio.
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