Recensioni

Alle prese con Ryan Hemsworth, è subito palese che il lato social è coperto. Coccolato dai media più hipsteristi, il giovanissimo producer di Halifax si è trovato praticamente la strada spianata verso il successo. Sono bastati i remix parafulmini di gente come Lana Del Rey, Cat Power o Grimes per aprirgli le porte dell’Eden, che sono passate prima dall’EP-rivelazione dell’agosto 2012. Hemsworth, da abile surfista, cavalcava l’onda più alta dell’empireo musicale che conta, facendo delle sue produzioni un abile crossover di generi, con i picchi più evidenti all’altezza di un certo gusto hip hop, lallazioni juke / footwork e una serie di smalti malinconici tinti R&b e delicate serpentine trap. La manciata di video collezionava migliaia di visualizzazioni, complice la neonata devozione rap del pubblico hipster. Non gli era servito neppure il contratto discografico milionario, perché a detta di tutti il ragazzo coi laptop ci sapeva fare e poteva permettersi di uscire sulla “piccola” Wedidit, che, nel frattempo, fra Shlohmo, R.L. Grime e Jonwayne, rendeva rispettabile il suo orticello. Un orticello che sacrificava sull’altare dei campionamenti gente come Notwist o Elliott Smith, che si sporcava le mani e i polpastrelli nel mondo dei social network ben prima di passare attraverso quello dei videogames 24 bit. Il buon Ryan era quindi atteso al varco dell’LP, disco che esce per una label di tutto rispetto come Last Gang (in roster Metric, Crystal Castles, Tiga e MSTRKRFT, per dirne alcuni). Ascoltatori curiosi e critici maliziosi lo aspettavano anche per svelare il mistero del melting pot stilistico che aveva reso Last Words (e in parte anche l’esperienza trasversale di Still Awake) così complesso e affascinante.
Il lavoro, dal titolo Guilt Trips, si conferma una creatura complessa e affascinante, tanto vale dirlo subito. Il sistema variegato di arrangiamenti funziona benissimo, sia quando l’occhio mira più al hypno-rap, sia quando si tinge di musica black, sia quando le atmosfere collassano in un sentimento più ambient, sia quando si arriva al limite della dance. Complice in tutto ciò, una schiera non indifferente di collaboratori, che l’enfant prodige canadese ha pensato bene di tenersi stretti dopo averli conosciuti nella sua breve ma intensa carriera. Se dunque Small + Lost, nella sua malinconica strada, fa incontrare James Blake e Bonobo, è anche grazie alla voce R&b della londinese Sinead Harnet, che, guarda caso, i Disclosure avevano già provveduto a chiamare alle armi. Sebbene i tappeti melodici riescano a trovare una certa continuità nel disco, la schizofrenia innata dell’insaziabile Hemsworth trova gioco facile tanto nelle parti hypno (Against A Wall) scritte insieme all’amico Lofty305, quanto negli spunti witch o post-dubstep di Weird Life, che, in un gioco di bassi finissimo (chissà che non gli venga proprio da quel Consequence dei Notwist…), fa incontrare i Fuck Buttons e Holy Other.
Il piccolo talento canadese non ha nemmeno paura di mostrare un lato sensibile, che, come spesso accade, in musica si trasforma in un lato pop. E certo la voce di Bath gli dà una grossa mano in questo. Still Cold, infatti, è un brano che rimanda ancora a qualche prova della Morr, ma anche a qualcosa dei Postal Service, con il suo arrangiamento estremamente minimale, ma genuinamente electro pop. Sulla scia delle collaborazioni – deliziosa ma un po’ stucchevole – la voce della californiana Tinashe (classe 1993) in One For Me, in cui l’asservimento dei pattern elettronici all’R&b risulta totale, dimostrando ancora una volta come le due realtà non possano più essere considerate separatamente.
Le cose si fanno vagamente più interessanti quando Hemsworth lavora per conto proprio. I cinque brani strumentali viaggiano verso derive Machinedrum senza sfacciataggine, risultando quindi, per certi versi, una devoluzione del soul-step del dj di stanza a NYC. Fra malinconia e costruzioni barocche, sembra quasi, per un attimo, di poter rientrare in un certo gusto post-garage. Di fatto, però, non è così, perché Hemworth fatica a trovare una strada che lo rappresenti veramente, a causa – presumibilmente – di un senso di non appartenenza musicale ben radicato. Non sfrutta il rap, che lascia (con buone prove, intendiamoci) un po’ ai bordi del suo narcisismo elettronico. Non approfitta dell’R&b, che in certe occasioni si fa troppo languido e leggero, venendo a cozzare con l’attitudine irrequieta del suo producing. Guilt Trips, in definitiva, è un ottimo disco fatto di canzoni mediocri. Pullula di potenziale, ma non esplode mai, rimanendo timido in un modo così delicato, che può far solo ben sperare per l’avvenire del suo autore.
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