Recensioni

C’era una volta il post-rock. O meglio, c’è ancora. E se la passa discretamente bene, per certi versi. Poi sorge comunque un’inevitabile osservazione: il non-genere che per i suoi primi esegeti avrebbe riformato il rock liberandolo dalle sue convenzioni – e che era il sinonimo di tutto ciò di nuovo avventuroso sperimentale emerso tra la metà e la fine degli anni ’90 – ha un po’ segnato il passo, si è normalizzato, diventando genere a sua volta con schemi e cliché. Ha acquisito spesso una piacevole quanto elegante formulaicità. Anche nella sua deriva più heavy, quando – come nel caso delle due band che prendiamo in esame – incontra i suoni dell’universo metal e appunto post-metal.

Sempre buone trame ma con un po’ di prevedibilità in più: è quello che offre a chi ascolta la nuova fatica dei Russian Circles, Blood Year. Al lavoro nuovamente con Kurt Ballou dei Converge agli studi Electrical Audio di Steve Albini, il terzetto di Chicago calca la mano proprio sul pedale del post-metal. Dei cinque pezzi “lunghi” strumentali che compongono questo settimo lavoro in studio – a cui si aggiungono due brevi interludi – almeno quattro, a partire da Arluck e Milano che sono state le prime anticipazioni del disco, puntano dritti in questa direzione; con un sound heavy e roccioso, quasi stoner per Airluck, metallico ed epico per Milano, e sempre molto duro per le conclusive Sinaia e Quartered, quest’ultima guidata da secchi riff post-thrash. Teniamo per ultima Kohokia, la progressione strumentale che si stacca un poco da questa linea regalando i momenti più intensi tra giochi psichedelici, vorticanti riff di chitarra e crescendo sempre impetuosi – con la batteria in particolare sugli scudi. Pur essendo un lavoro ben studiato e composto, Blood Year non fa scattare quel click che invece era scattato per il più fantasioso e “aperto” Guidance (vedi la nostra recensione dell’epoca), con una non eclatante, per carità, ma tutto sommato sensibile delusione da parte di chi scrive (6.6).

Da parte sua, il nuovo lavoro dei Pelican, Nighttime Stories, porta avanti una proposta stilistica per molti versi parallela a quella dei Russian Circles. Anche qui siamo in un territorio, rigorosamente strumentale, di marca post-rock e post-metal, e con un’altra band di Chicago, che ricordiamo inizialmente sbilanciata verso sonorità più feroci e metalliche (il primo lavoro Australasia). Il sesto LP da studio della band partita su Hydra Head e ora su Southern Lord si fa preferire per un programma più vario – dalle chitarre acustiche di WST alle accelerazioni al limite del black metal di Abyssal Plan, dalle atmosfere potremmo dire post-grunge (e daje co’ sti post…) di Cold Hope allo stoner di casa nella title-track, c’è senz’altro meno monoliticità – e poi per qualche numero, sempre giocato sull’alternanza di pieni e vuoti dinamici com’è tipico delle progressioni strumentali di entrambe le band, però in modo più agile e incalzante: e qui citiamo in particolare Arteries of Blacktop (6.9).

Nulla per cui andare con la mano pesante in fase di giudizio, ma anche due dischi alla lunga un po’ ripetitivi e di maniera. Per entrambi i gruppi, due album più (Pelican) o meno (Russian Circles) riusciti e che non lasciano il segno come altre imprese precedenti. Niente di grave e tutto sommato anche questo rientra nella norma. Forse a questo punto bisogna inventarsi il post-post-rock e il post-post-metal. Probabilmente ci sta già pensando qualcuno.

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