Recensioni

Dopo il ringhioso esordio omonimo (1974) e due dischi nel 1975 – Fly By Night che introduce Neal Peart al posto di John Rutsey alla batteria, e il flop commerciale di Caress Of Steel – i Rush danno un colpo d’ala con 2112, album inteso a concedere sempre più spazio al prog rock: Geddy Lee, Alex Lifeson e Neal Peart hanno capito che è solo sconfinando su quel territorio libero da restrizioni che potranno sfogare tutta la loro inventiva. Bisognerà attendere un altro anno (1977) e A Farewell To Kings, però, perché al trio canadese venga riconosciuto il doppio passaporto di band hard rock e prog rock e il conseguente permesso di sostare su entrambi i suoli senza subire minacce di espulsione.
Se i sanculotti punk già sciamano nelle strade alla ricerca di vittime paludate, il matrimonio tra i due generi in origine distantissimi non solo si può ma s’ha da fare: mentre il prog entra nella sua fase discendente e ha bisogno della trasfusione di nuovo sangue, il secondo è ben disposto a offrire vitalissimi globuli rossi utili per imbastardirsi con ciò che resta della nobiltà rock e uscire dai bassifondi. In tal senso, A Farewell To Kings rappresenta uno dei migliori esempi della commistione tra i due generi, che col passare degli anni prenderà i vistosi contorni di un discendente ipertrofico, il prog metal, diventato fenomeno di popolarità.
Registrati insieme quattro album, i Rush e il produttore Terry Brown volano in Galles per trovare nuova ispirazione. Nel mondo del calcio si dice che il coach migliore non è quello che chiede altri calciatori ma colui che fa rendere al meglio chi si ritrova in spogliatoio. Terry Brown (l’allenatore) porta la stessa squadra (Rush) nel Monmouthshire ma adotta un sistema diverso: i Rockfield Studios sono un edificio quadrilatero dall’ampio cortile centrale che ha un ottimo riverbero, ed è lì, al centro dello spazio all’aperto, che Brown dispone i microfoni. Ed è lì, in cortile, che viene registrata la intro acustica di A Farewell To Kings, con Lifeson che si trascina intorno come perso in un labirinto alla ricerca di una via di uscita che non c’è. Se vuoi ottenere qualcosa di differente devi pensare, ma soprattutto agire, in modo diverso. Se ascoltate con attenzione sentirete il canto degli uccelli: sono veri, nessun trucco di studio à la Pink Floyd, giravano in tondo insieme al chitarrista. Ma quasi tutto il disco viene, se non del tutto improvvisato, in buona parte elaborato ai Rockfield. Per una band che si esibisce mediamente 250 volte all’anno trovare il tempo per scrivere in anticipo è quasi impossibile.
Arrivati in Galles il solo brano messo nero su bianco è Closer To The Heart, nemmeno tre minuti di AOR con venature prog (brano scritto insieme a Peter Talbot, un amico di Neil Peart) diventato il primo singolo di successo della band oltre i confini patri («quanto di più vicino siamo stati a una canzone pop, specialmente fino ad allora», confesserà Geddy Lee); mentre Xanadu è ben impressa nella memoria dei tre poiché assemblata sul palco una esibizione dopo l’altra: una delle travi portanti di A Farewell To Kings, oltre 11 minuti buoni al secondo take, il primo servito semplicemente per piazzare i microfoni e bilanciare i livelli. Il testo di Xanadu, che diventerà uno dei classici dei Rush, è stato ispirato dalla poesia Kubla Khan di Samuel Taylor Coleridge (1772-1834), ma alla grandiosa messa in scena sonora – con palesi riferimenti a Genesis e Yes – ha contribuito, secondo ammissione di Geddy Lee, l’ombra lunga di Quarto potere, capolavoro di Orson Welles all’interno del quale il lavoro del letterato inglese viene esplicitamente citato: «In Xanadu the pleasure dome did decree…». Non è l’unico riferimento cinematografico all’interno del disco. Geddy Lee è un appassionato di cinema sin da giovanissimo e ha covato il sogno di fare il regista. Tra i suoi idoli c’è Frank Capra, autore di È arrivata la felicità, film del 1936 interpretato da Gary Cooper che nella pellicola è soprannominato Cinderella Man, esattamente come si intitola la canzone che apre il lato B, «ispirata a uno dei miei film preferiti – dice il bassista – (…) e ai temi che vi riecheggiano». «Tanto cuore, tanta anima, tanta dimostrazione del meglio e del peggio dell’America e della sua gente», prosegue.
Chiudono il cerchio Madrigal, sorprendente perché Lee smette il falsetto, e la seconda trave portante. Cygnus X-1 Book I: The Voyage è un magnum opus che mette insieme astronomia attendibile, fantascienza, letteratura colta (Don Chisciotte) sul piano testuale; su quello strumentale, riff irresistibili e a tratti raffinati di Lifeson, il diluvio percussivo di Peart, e Lee in profonda cotta con minimoog e synth: «Aprire la porta del mondo dei sintetizzatori e delle tastiere per noi fu come il Vaso di Pandora (e dopo averlo aperto ogni genere di cosa venne fuori negli anni a venire)». Così decisivo come brano, non solo per A Farewell To Kings ma nel complesso dell’intero output registrato della band, da generare un seguito (al momento non ancora preventivato) l’anno seguente. Cygnus X-1 Book II: Hemispheres aprirà infatti Hemispheres coprendone l’intero lato A.
A Farewll To Kings è il punto più alto della prima fase della vita dei Rush, che si esaurisce proprio con Hemispheres, a chiusura degli anni ’70 e di un ciclo. Da Permanent Waves, dal 1980, cambierà un po’ tutto: il mondo intero, la musica di conseguenza, i Rush che si adatteranno ai tempi (come tutti i numi del prog rock sopravvissuti) circoscrivendo gergo e visioni. La gente, le label, non volevano più romanzi epici ma raccolte di racconti brevi in note. Il disturbo da deficit di attenzione, del pubblico per la musica, era iniziato.
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