Recensioni

Talvolta il caso ci mette lo zampino, talvolta distrugge, altre crea. Per i Rupert si tratta di una creazione dettata dalla fatalità e dal vortice delle cose giuste al momento giusto. Un progetto anomalo, anacronistico che vede cinque musicisti senza un passato in comune, cinque menti che non sono una band e che forse non vorranno nemmeno diventarlo. «A volte le persone si incontrano. Sembra una prima volta, ma non lo è» sembra voler definire il senso che sta alla base di questo ambizioso progetto tutto italiano. E se la convinzione che bastino grandi idee svolazzanti nell’aria senza il bisogno di far incontrare le menti che le hanno partorite, un po’ lascia a desiderare per eccessiva ingenuità e mancanza di modestia, Rupert riesce nel difficile obiettivo di lasciare un segno, di disegnare una virgola malinconica nel mondo del chamber pop nostrano.
Sei brani a formare il loro EP di debutto Wandering, prodotto dal Daniele Catalucci (Virginiana Miller, Sinfonico Honolulu), dal sapore nostalgico e decadente, fra dark pop e sintetizzatori eterei. Storie nate a Berlino, tradotte in tempi pianististici dall’arrangiatore orchestrale Roberto Magoni, vestite di poesia grazie al suono cameristico della chitarra di David Marisi, e cantate dalla voce antica e dolciastra di Ada Doria. I Rupert divengono acrobati del suono sopra il cielo di una città deserta e immateriale, lo spazio desolato di una Potsdamer Platz che si fa dimensione sospesa nel canto rarefatto e angelico di brani come l’ottima ballata per piano e archi di Interzone o Empty Room. Gli episodi più dinamici – le sontuose Lost e Wandering – si confondono nella notturna October, suite electro-pop, simbiosi d’eleganza e profonda malinconia, mentre la conclusiva Fractalus esprime tutto l’amore per la poesia, e per la tenera freddezza degli angeli di città: cinque minuti di perfetta armonia fra archi – delicatissimo e struggente il tocco di Asita Fathi con violino e viola – e spleen.
Più che una band, si potrebbe parlare di laboratorio del suono, nel caso dei Rupert, pronto a impastare la migliore tradizione pop anglofona con venature new wave dal sapore di iodio. In mezzo a sontuose accelerazioni orchestrali, si delinea l’algida magniloquenza di un EP pieno di suggestioni cinematografiche e idee validissime che si spera porteranno a un primo album ancora più maturo e definito; un inizio ambizioso e solenne, carico di tutto quel desiderio, quell’eternità ricercata che si può soddisfare con una poesia di Rilke, con un fotogramma di Wenders.
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