Recensioni

6.6

I Rubbish Factory definiscono The Sun – esordio in studio pubblicato il 29 novembre 2013 – come “ il primo album in assoluto a essere stato scovato in una fabbrica di spazzatura”, e già per questo ci stanno simpatici. Una descrizione evocativa che porterebbe a scomodare, essendo fantasiosi, le atmosfere post-industriali e art-rock/post-punk di Pere Ubu o Devo. E invece no: qui si parla di puro stoner (post?) moderno, e l’immagine più azzeccata è quella di un deserto di Cadillac abbandonate sotto il sole cocente al confine tra Stati Uniti e Messico. Eppure il periodo di formazione di questo duo romano (Marco Pellegrino, voce e batteria / Gabriele Di Pofi, voce e chitarra) affonda le sue radici in quella che fu una cover band dei Radiohead, sciolta per dare alla luce questo progetto dai toni decisamente più aggressivi. Un’evoluzione al contrario insomma, per il gusto di rompere certi schemi. 

Il primo estratto è anche la traccia introduttiva, Bamsa, un brano che non a caso riassume fedelmente il contenuto concettuale e sonoro dell’intero album. Il lancio del singolo/video, lo scorso 7 Novembre, è stato curato almeno quanto le barbe dei suoi creatori: artwork impeccabile e vagamente pop che riprende l’immagine di copertina del disco, cassonetti della spazzatura e TV vintage che si alternano in un vortice psichedelico così accattivante, da distrarre quasi dall’ascolto del brano, che ad una prima impressone fa muovere tanto la testa ma non convince del tutto. Nel complesso, si tratta sicuramente di un buon album che, sia chiaro, non aggiunge nulla di nuovo a un genere cristallizzato da anni. 

Le chitarre sono decisamente il punto forte di un duo cresciuto a birra e Desert Sessions: piene e distorte, pura scuola Kyuss. Undici tracce che fanno viaggiare a ritroso nella discografia di qualsiasi amante del genere, citando più o meno tutti i nomi degni di nota, dai Black Sabbath agli MC5, passando per Blue Cheer, Fu Manchu (decisamente) e toccando tutta la scena di Palm Desert, senza dimenticare qualche eco degli australiani Jet e il buon Josh Homme con i suoi QOTSA. Il cantato, inaspettatamente “pulito” e a tratti fastidiosamente “corale”, si sposa bene con brani che giocano sugli opposti rumore/pausa/melodia (come le ben riuscite Stand up. Sit down e Dance El Washington, in cui la somiglianza con il timbro di Homme lascia quasi sconcertati), ma lascia nell’ascoltatore l’intimo desiderio di un urlo primordiale, sporco e liberatorio che (purtroppo) non arriva mai.

La band ha comunque ancora tempo per continuare a crescere, distorcere, modificare, riciclare. Non resta dunque che vederla live, e aspettare che parta Dance With Silence In An Old Ghost Movie per pogare come se non ci fosse un domani.

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