Recensioni

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Otto anni fa Svein Berge e Torbjørn Brundtland avevano dichiarato con The Inevitable End la fine di un ciclo. Non avrebbero più fatto album, almeno nel senso tradizionale del termine. Un vero peccato perché quel disco più che di commiato sembrava aprirli a nuove possibilità electro-cosmiche. Tra dance e pop, i consueti nordici carotaggi nell’elettronica degli 80s e dei 90s, le melodie impressioniste quando lasciate agli strumentali, il duo, allora come ai tempi dell’esordio Melody AM, rispondeva con sensibilità e classe a una precisa esigenza: portare conforto, lenire, finanche curare solitudine e spaesamento nei giorni successivi a weekend infiniti trascorsi nei dancefloor, a Berlino come a Londra, a ballare l’house prima, la minimal poi e dopo ancora l’EDM.

I Röyksopp non hanno mai discriminato le tribù dance, le abbracciavano tutte sotto un comune cielo stellato, una musica pensata per l’ascolto diurno eppure catartica come la più misteriosa delle notti, lontana dalle città, dallo smog e dalla nebbia. Soprattutto i norvegesi hanno sempre avuto dalla loro un gusto melodico che ai tempi del succitato debut innescava più sensati paragoni con Moon Safari degli Air che con la musica di pallose compilation downtempo d’inizio anni zero o degli ancora più pallosi remix del New Acoustic Movement.

A otto anni dall’addio al formato album tradizionale, Berge e Brundtland tornano con un’opera multimediale collaborando con amici registi. Hanno mantenuto fede alla promessa di non fare un album di sola musica e questo coerentemente con il ruolo stesso in cui la musica è stata relegata. In questo lasso di tempo e con una pandemia in mezzo, la virtualizzazione delle nostre vite si è accelerata incredibilmente. Il mondo dei videogame è il luogo in cui si svolgono i rave e gli happening della Gen Z. Gli smartphone e i social sono centrali nelle nostre vite e evadere da tutto questo, ovvero staccare la spina per riattaccarla in un microcosmo in cui la musica è al centro di tutto, è diventato un esercizio energeticamente dispendioso, non spontaneo.

Siamo noi per primi a non volerci disconnettere da un mondo di interfacce e interazione multi-sensoriale. Ragion per cui anche gli artisti trovano più interessante lavorare o a musiche che di per sé lavorano in una fisicità di frequenze e timbri tattili oppure le abbinano a contesti (installazioni) e media differenti, a partire dal video. Ed è il caso dei Röyksopp, che non tornano con il loro videogame o con dei jingle per sfondare su TikTok ma con un’opera in cui la musica è complemento alle immagini e alla creatività di registi e animatori. Fortunatamente la nuova prova è fruibile anche in formato old fashoioned. Non è il suo natio, ma è coerentemente con un mondo in cui il tempo libero viene speso nella videoludica e quel che rimane a guardare coetanei che videogiocano su YouTube e Twitch.

Anche questa recensione sta commettendo l’errore di parlare d’altro e non della musica contenuta in Profound Mysteries pur se quell’altro si giustifica nel mutato contesto in cui il “suono organizzato” opera oggi nelle nostre vite. Fortunatamente i Röyksopp sono old fashoioned, non hanno perso il talento e la dedizione per la loro arte. Erano e rimangono musicisti e produttori di talento. Mai geniali, ma dal riconoscibile gusto melodico e l’innegabile artigianato. E questo nuovo lavoro, dal punto di vista strettamente musicale, altro non è che Melody AM con vent’anni dopo. La via nordica a Moon Safari, il french touch rivisitato dal circolo polare artico. The Ladder e There, Beyond The Trees sono strumentali che avrebbero potuto essere composti a Parigi come a Tromsø nei 90s o come oggi che a quelle sonorità ci rifacciamo per dare continuità a discorsi mai interrotti. Guardare al passato per tentare di reimmaginare  il futuro.

Nel disco ritroviamo Susanne Sundfør con il suo folk pop un po’ troppo impostato e perfettino (per non dire stucchevole nella melensa e disneyiana If You Want Me) ma soprattutto c’è un matrimonio che s’aveva da fare (e da tempo), quello con Alison Goldfrapp. Con la front woman dell’omonimo duo alla voce i collegamenti con i 90s sono molteplici, c’è il trip hop e ci sono gli Orbital come pure i Daft Punk e quel tocco cinematico che tanto avevamo apprezzato in Felt Mountain. E parliamo di continuità, non di nostalgie all’interno del classico pezzo electro pop che funziona proprio come sintesi delle sopracitate sfumature all’interno di un preciso intreccio timbrico-ritmico. Stesso discorso vale per This Time, This Place, un intercity space-trance sulle rotte di Sasha. Sempre un piacere distinguere chi questo genere lo sa fare e chi ne fa pretesto per i peggiori appetiti delle big room dei Club.

Ancora una volta, più che nel formato canzone, la magia del duo abita nelle pieghe più ambientali, quelle che restituiscono l’immaginario lunare della loro terra. In How The Flowers Grow (dalle parti dell’ultimo Trentemøller) la pur pregevole interpretazione dream pop di Pixx toglie più che aggiungere sfumature e potenza evocativa a un ottimo intreccio di tastiere e profumi Enya. Breathe con Astrid S certo funziona come pezzo pop. Ma è un po’ il solito numero nordico, formulaico e nostalgico, vuoi per impostazione, vuoi per fruizione. L’inevitabile effetto stanchezza nel ritrovarci ad ascoltarne uno fatto così a questo punto della loro carriera.

Profound Mysteries tende alla magia evocata nel titolo toccandola in alcuni punti. È quanto basta per farne un disco non tanto necessario ma con le sue ragioni d’essere, autonomamente dalla narrazione, del marketing e dai cortometraggi abbinati.

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