Recensioni

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La vita “behind the scenes” non deve essere facile. Per anni – specialmente durante gli anni della riscoperta dell’R&B di classe, del cosiddetto neo–soul – producer e artisti si sono affiancati, hanno concesso il loro talento ad altri artisti o band che poi, per dirla in gergo, ci hanno messo la faccia. Ultimamente molti di questi (Charli XCX, Sia, per rimanere solo nel commerciale) hanno deciso di venire allo scoperto, going solo…Il london–based Royce Wood Jr. ha un passato di lusso come chitarrista della band di Jamie Woon (e quindi al fianco di Burial, in un certo senso), ma anche in formazioni del calibro di Kwabs, Rosie Lowe, Nao e Denai Moore. Nessuna meraviglia, dunque, se nel 2014 il ragazzo ha deciso di raccogliere e fare tesoro delle esperienze accumulate e dare alle stampe due acclamati EP, retroterra ottimale per il debutto The Ashen Tang che abbiamo fra le mani.

Il lavoro di Royce consiste nel rielaborare l’humus funky e soul dei ’60/’70 in episodi puramente originali (e originari) e di contaminare il tutto con le produzioni attuali, col conseguente uso più prominente di sistemi elettronici. Al primo ascolto è già evidente che al ragazzo piace jammare sulla sua voce di miele, sugli accordi stoppati, sulle percussioni uptempo. Seguendo questo pattern, si diramano due chiavi di lettura, nel corso di The Ashen Tang: una quasi vintage, tradizionalista, in cui il funk vecchio stampo la fa da padrone, con riferimenti a Prince, Stevie Wonder, ma anche al neo-soul di D’Angelo o Lion Babe; un’altra più “giovane”, in cui il sound del passato viene sintetizzato e reso più articolato, più suggestivo, più evocativo: qui siamo in presenza di citazioni dell’ultimo Justin Timberlake, ma anche di J Dilla o Flying Lotus.

Se Midnight, il primo singolo del disco, deve adempiere agli obblighi di risultare easy listening e, per forza di cose, perde di varietà e soprattutto profondità (sebbene non manchino il beat garage, le percussioni in crescendo e la melodia vocale bene a fuoco), la successiva Jodie, che vede la collaborazione di Michael MacWoonald, scende nei meandri del soul, nel vero senso della parola, e l’arrangiamento, elettronico e minimale, risulta perfetto nell’affiancare le derive black della voce del Nostro. Sul versante che abbiamo definito “tradizionalista”, il downtempo di Clanky Love sembra rispondere, nella maniera più classica, al nuovo corso dei ’50/’60 inaugurato, fra gli altri, da Leon Bridges. Fantasmi fuzz R&B, schizofrenici e variopinti, entrano nella princeiana Honeydripper, arpeggi e malinconie stazionano nella acustica Midas Palm e nella piano ballad Stand; casa dritta e melodie profondamente 80s fanno capolino in Bees, in cui i bassi synth e i lick funky di chitarra sembrano essere il punto forte; falsetto, testi espliciti e beat-box sottendono Twiggin’, e poi c’è Jodie, il brano migliore del disco.

Quello che non manca a The Ashen Tang è la varietà delle sue componenti. Si tratta di un debutto rotondo, con tutti gli attributi al posto giusto. Royce Wood Jr. è figlio del suo tempo e, come tale, cavalca un’onda – quella del neo-soul, R&B dei giorni nostri – tremendamente prolifica. Ciò che manca, semmai, è quella scintilla che renda il disco, il brano, la nota, l’accordo, memorabili. Non ci meravigliamo di un album come questo, perché, tutto sommato, è “uno tra i tanti”; eppure lascia nelle orecchie sensazioni positive.

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