Recensioni

Di certo i Roxy Music con le copertine ci sanno fare. Se sul disco di esordio, semplicemente Roxy Music del 1972, piazzano per tutta l’ampiezza della cover gatefold una pin up ammiccante che rispetto ai voli pindarici generati delle cover di Genesis, Yes, King Crimson risveglia tutt’altro tipo di gangli nervosi, per il secondo lavoro rincarano la dose.
For Your Pleasure è il titolo, ma soprattutto una didascalia, che descrive alla perfezione l’artwork trionfo del glamour spinto all’eccesso: alla femme “panterona” del primo disco se ne sostituisce una vera – in realtà un pelouche – tenuta al guinzaglio da un’altra donna da sogno (erotico): quella Amanda Lear che prima di trovare l’America in Italia giocando furbescamente sul dubbio biologico (donna?, uomo?), vestì e si svestì dei panni della musa – più intelligente di quanto si pensava alle nostre latitudini – di luminari come Salvator Dalì, o della fugace compagna di rock star di prima grandezza come David Bowie e Brian Jones dei Rolling Stones.
Un buon articolo, insegna il modo di fare giornalismo anglosassone, deve rispondere alla cinquina di avverbi e pronomi dalla iniziale “W”: where, when, who, what, why”, cioè dove, quando, chi, cosa, perché. I cinque attributi che definiscono i Roxy Music iniziano invece con la lettera “E”: l’eleganza di Bryan Ferry nel cantare e nell’immagine, l’eccentricità di Eno nelle mise e nelle invenzioni da “non musicista”, l’estro chitarristico più attento alle sfumature che ai funambolismi di Phil Manzanera, l’edonismo e l’eclettismo sonoro dell’intera band.
Dopo il successo di Roxy Music prodotto da Pete Sinfield, paroliere dei King Crimson per i quali Bryan Ferry aveva sostenuto una audizione, i Roxy vengono affiancati da Chris Thomas (e fino a che punto non è chiaro da John Anthony: Genesis, Van Der Graaf Generator, Lindisfarne…) che aveva lavorato come produttore dei Procol Harum ma soprattutto missato The Dark Side Of The Moon. Il maggiore tempo a disposizione concesso dalla label per lo studio di registrazione – gli AIR Studios di Oxford Street a Londra – si rivelò importante nello sviluppo del buono già emerso nel disco di debutto sotto forma di caratteristiche peculiari della band. Per i Roxy Music glam non è una posa né un atteggiamento passivo: il saio, meglio le camice di seta, e le follie oltre-moda di Eno, nel loro caso non fanno il monaco.
Anche nei pezzi più immediati come Do The Strand o Edition Of You, uscite come singolo, c’è qualcosa che appare/suona straniante benché tutt’altro che fuori posto: è come osservare un quadro dal particolare che sfugge, o peggio ancora (forse meglio?) che una volta individuato crea affascinante, irrinunciabile, disarmonia. Quel piano pestato, il sax strapazzato e dissonante in modo inopinato per un musicista di formazione classica (Andy Mackay), l’assalto ritmico come istigazione forzosa al ballo disarticolato, sono un ossimoro rispetto alla commedia da dandy impeccabile che inscena Brian Ferry.
Il cantante è il king of cool dal capello impomatato ma dall’animo lacerato, languido crooner di fantasie deviate appuntate sul quaderno delle lezioni di Richard Hamilton, docente all’università di Newcastle.
Hamilton era un artista e teorizzatore della Pop Art che insegnava ai suoi corsi a non fare distinzioni tra arte colta o povera, alta o bassa: moda, musica pop, design, TV, fumetti, andavano se non apprezzati almeno presi in considerazione. Per lui un quadro era una “mood board”, una “bacheca dell’umore” – famosi i suoi collage – dove i soggetti potevano entrare in contrasto, o all’opposto in simbiosi, generando risultati imprevisti. Quello che fanno i Roxy Music con le loro lavagne sonore.
In Every Dream Home, malata ode d’amore per una bambola gonfiabile che si trascina oppressiva fino al deflagrante finale; gli oltre nove minuti della tormentosa The Bogus Man che in qualche modo anticipa tematiche e inquietudini di Intruder di Peter Gabriel (1980); Strictly Confidential: “Il senso di colpa è una ferita difficile da guarire / È una croce da portare / Potrebbero essere i pensieri malvagi a diventare me / Dicci cosa stai pensando ora / Alcune cose è meglio non dirle”, che suona cupa come il Lou Reed meno consolatorio; sono sistemi di una galassia al cui centro si trova un Buco Nero in attesa, solo questione di tempo, di inghiottire tutto, raggi di luce compresi.
Le due canzoni più convenzionali, parzialmente immuni dal germe dell’alienazione, sarebbe più esatto dire di una umanità aliena a sé stessa, sono Beauty Queen dominata da un piano elettrico che anarchicamente, a un tratto psicoticamente, prova a prendere la leadership, anche su Ferry, e il quasi-blues, quasi-gospel, quasi-rock’n’roll di Grey Lagoon: un innocente divertissement, se non fosse per tale, sospetta, “quasi-tà” che insinua il dubbio di reconditi recessi (di signifato). Prima che For Your Pleasure – con un sample della voce di July Dench che chiede “You ask me why?” – dichiari apertamente la totale dicotomia tra gli intenti ingannatori della copertina del disco e il suo incedere lirico/sonoro. Allo stesso modo delle stoffe vestite da Bryan Ferry rispetto alle attitudini psico-indagatorie del suo lavorare: insomma, sotto il vestito c’è tanto, ma tanto tanto.
Raggiunto l’apice creativo, espressivo e contenutistico, sulla superficie del levigato involucro dei Roxy Music appaiono crepe destinate a cambiare la band in modo risolutivo. Bryan Ferry e Brian Eno – un “diversamente elegante”: piume di struzzo, top leopardato, girocollo bondage, ombretto turchese – entrano in rotta di collisione. Il secondo lascia il posto a Eddie Jobson, giovane e prodigioso talento che non arriverà mai a definitiva consacrazione, per intraprendere una carriera che nel giro di pochi anni lo porterà a frequentare lontanissimi orizzonti, non solo personali ma utili a Robert Fripp fino ad accendere la miccia dei leggendari Frippertronics.
Per i Roxy Music non sarà più lo stesso: la risacca ipnotico-elettronica, acida e bruciante, di For Your Pleasure, la homo-robotica percussività kraut di The Bogus Man, le stridenti sgualciture sullo sparito finto-impeccabile come il look di Ferry, andranno mano mano scivolando come acqua sul cioccolato fino a scomparire. Come un portacenere di una stanza d’albergo messo in valigia da Eno, pronto alla proverbiale occorrenza che nel caso del “non musicista” si presenterà molteplici volte.
Su Stranded, secondo disco del 1973, e Country Life del 1974, rimarranno le modelle mozzafiato della copertina come sorta di marchio di fabbrica. Poi la trasformazione sarà completa: i Roxy Music come raffinato veicolo del più elegante rocker di sempre.
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