Recensioni

7.3

L’idea dietro a American Stories di Rostam Batmanglij, a guardare la copertina con la bandiera americana rovesciata e il nome dell’autore iraniano-americano ancora scritto in caratteri arabi, potrebbe trarre in inganno. I presupposti non sono quelli di ricodificare folk e country della tradizione americana sulla musica iraniana, bensì di trovarne un naturale punto di contatto. La sintesi avviene all’altezza di Beck, filtrata attraverso quel gusto melodico tipico dei Vampire Weekend, band di cui Rostam è stato mente creativa, produttore, paroliere e arrangiatore. E bingo: è il suo lavoro più personale e compiuto, un disco attraversato da una laterale ma evidente tensione politica, disseminata in testi comunque personalissimi, ricchi di immagini e impressioni su affetti, vita e relazioni.

C’è leggerezza nel maneggiare la materia pop. La forma canzone è materia fragrante e stratificata, dove timbri inattesi e contaminazioni si compenetrano senza attrito. Rostam porta avanti questo approccio sin dagli esordi. Già in Changephobia e nel debutto Half-light folk, chamber pop, hip hop, elettronica e r’n’b erano gli ingredienti di un intingolo fluttuante e sofisticato. D’altronde chi, se non chi ha contribuito a lavori fondamentali come Blonde di Frank Ocean e A Seat at the Table di Solange, può maneggiare il pop contemporaneo in questo modo.

Con Like a Spark il disco non poteva trovare apertura migliore. L’intingolo è speziato di tutte le influenze sopracitate ma con una dominante alt-country fatta di chitarre acustiche, pedal steel e pianoforte, sulle quali si innesta il saz mediorientale suonato da Amir Yaghmai dei Voidz. Percussioni morbide e basso riempiono gli spazi facendo letteralmente lievitare una canzone che mette in relazione identità individuale e pressioni omologanti della società. “I only ever wanted you to feel freed of it”, canta Rostam, alludendo a un amore che non coincide con il possesso ma con la liberazione reciproca.

Anche qui i rimandi ai primi Vampire Weekend sono molteplici, soprattutto a livello melodico (To Feel No Way), ma rispetto al passato le influenze iraniane diventano un contrappunto strutturale, articolando con maggior consistenza la grammatica del disco. Se i lavori precedenti erano ricchi e inebrianti ma anche dispersivi, American Stories, dandosi linee guida più definite, trova una compattezza evidente. Ed è proprio la produzione a suonare più nitida, aggiungendo contrappesi al dream e profondità al pop. Lo si nota soprattutto nella seconda parte, quando l’atmosfera si fa più raccolta, gli arrangiamenti arretrano e il corpus di canzoni risulta ancora più coeso, a partire dai testi.

C’è così un piccolo dittico dedicato alla morte osservata da prospettive differenti. In Come Apart il canto “I hope that the pain is gonna stop” assume i contorni di una preghiera civile e universale, attraversata da immagini che richiamano apertamente la Palestina e la resistenza di un popolo legato alla propria terra come le radici degli ulivi evocati nel testo. In The Road To Death, invece, Rostam affronta la mortalità come destino comune e naturale: “some of us are dyin’ slowly / and some of us are dyin’ faster” canta in una sorta di dormiveglia esistenziale.

Il finale del disco si fa infine più apertamente politico. Qui riaffiora in purezza il concept folk USA-persiano per parlare di sorveglianza, controllo delle narrative pubbliche, pressioni istituzionali e repressione del dissenso. “They can force a resignation / But can’t stop information” canta Rostam sullo sfondo di mobilitazioni studentesche, tensioni sociali e crisi della fiducia nelle istituzioni.

American Stories è un disco notevole, fatto di pop fragrante e luminoso, sospeso in aria ma con un suo peso specifico fatto di ispirazione ed esperienza. Senza dubbio il miglior album di Rostam Batmanglij, e non perché la media dei lavori precedenti fosse bassa, ma perché qui tutto trova finalmente una forma pienamente compiuta.

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette