Recensioni

6.9

Compreso il qui presente, siamo a sette dischi pubblicati, per la creatura di un Bruno Dorella ormai palesemente suo amministratore unico (visto che in questo album lo accompagnano i nuovi arrivi Nicola Manzan, Roberto Villa e Alessandro Vagnoni), e dunque parlare di “istituzione” in riferimento alla band non ci sembra poi così azzardato. Piaccia o non piaccia, i Ronin sono riusciti nel tempo a descrivere un circondario musicale per lo meno riconoscibile, quando non proprio caratteristico, e a farcelo accettare grazie al dono della perseveranza e a qualche ottima intuizione musicale che ancora oggi regola la temperatura del suono.

Come tutte le istituzioni che si rispettino, i Nostri decidono coscientemente anche in questo Bruto Minore di non stravolgere nulla della loro formula, semmai di implementare il tipico impaginato strumentale in bilico tra Morricone e post rock che li ha resi riconoscibili con piccole variazioni semantiche e aggiustamenti di rotta mai banali. Si parte sempre da quelle malinconie rarefatte costruite sui fraseggi della chitarra (e sugli archi di Manzan), come del resto dichiara anche il “minore” del titolo (che può essere letto anche come un riferimento alla tonalità scelta per molta della produzione dei Ronin), e si arriva in questo caso a citare quasi per caso certe strutture della classica (la prima parte di Capriccio o magari i contrappunti di Scherzo quasi maggiore – anche se il suono va poi da tutt’altra parte), baluginii folk (la cover di Tuvan Internationale degli Hun-Huur-Tu) ma soprattutto un’Africa mai teatralmente esplicita, eppure rintracciabile di rimbalzo in certe scale musicali (Oregon) o magari in qualche cadenza ritmica (una Wicked che cita palesemente il tuareg blues di band come i Tinariwen, per poi tentare una fuga sulla fascia sulle note di un clarinetto).

Lentezze immaginative come Bryson e Ambush ribadiscono invece i caratteri dominanti e più post-rock dell’economia dei Ronin, e servono a fare da collante a un disco che pur non stabilendo nuovi orizzonti artistici, declina su un pendio analogico – il materiale è stato registrato su nastro magnetico a 8 piste, e noi ringraziamo vivamente – e languido un’idea di musica sempre più coesa, nonostante i cambi di accento e il variare naturale dei gusti musicali di Bruno Dorella – di cui i Ronin rappresentano probabilmente una discreta cartina tornasole.

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