Recensioni

TOP
8

Con molta probabilità, quando ideò il festival itinerante Lollapalooza, nel 1991, l’ex Jane’s Addiction e Porno For Pyros Perry Farrell non avrebbe mai immaginato che su quel palco sarebbe nata la storia musicale degli anni ’90. Così come, con altrettanta probabilità, l’ex cantante della band hardcore Black Flag Henry Rollins non era neanche sfiorato dal pensiero che quel festival lo avrebbe imposto a livello internazionale come uno dei punti di riferimento del magma musicale che stava prendendo forma sotto l’ombrello del crossover.

Nel nome della contaminazione, musicisti provenienti da esperienze finora tenutesi a debita distanza (l’hip hop, il metal, l’hardcore) cominciavano ad incrociarsi e a contemplare nuove soluzioni possibili. Basta dare un’occhiata al cartellone di quella prima edizione del Lollapalooza per rendersi conto di quale fosse la portata dell’evento nella prospettiva delle future evoluzioni del rock: Jane’s Addiction, Ice-T con i Body Count, Living Colours, Nine Inch Nails, Butthole Surfers, Rollins Band, Siouxsie And The Banshees e Violent Femmes.
Il palco di Lollapalooza ’91 lanciò nell’immaginario collettivo dell’ultimo decennio del XX secolo (e nel cielo stellato di MTV) la figura di Henry Rollins, personaggio al tempo stesso chiaro ed enigmatico, poeta e violento urlatore, intellettuale e palestrato. Ma, soprattutto, un grande animale da palcoscenico, il frontman perfetto in una fase di grande ritorno alla dimensione live del rock.

A livello discografico, il seguito di questo successo si esprime con una virata stilistica in linea con i nuovi principi del rock fin de siècle. In cabina di regia c’è Andy Wallace, uno che di crossover se ne intende (già dai tempi della pionieristica collaborazione tra Run-DMC e Aerosmith). Il sound della Rollins Band, ancora legato ai canoni del post-hardcore nei primi due dischi in studio, si lascia travolgere dal metal, dal funk e dal power rock. Ne viene fuori qualcosa di assolutamente nuovo, che accomuna, come per magia, i Pearl Jam e i Rage Against The Machine, gli Alice In Chains e i Nine Inch Nails e che esprime il nuovo sentire di una generazione spinta verso il buio di una società in piena crisi ideologica e della quale Kurt Cobain è inconsapevolmente divenuto eroe e martire. The End Of Silence è un disco duro, urlato, ma anche pronto a concedersi il lusso di un singolo (Low Self Opinion). Diretto come un pugno allo stomaco (You Didn’t Need), ma anche acido e psichedelico come nella lunghissima Blues Jam e negli infuocati finali di Another Life e Just Like You, un vortice sonoro che culmina in quell’urlo disperato sulla parola “Rage” (rabbia) ripetuto fino allo stremo. Una rabbia, quella di Rollins, che si esprime in un cantato quasi declamato, che sfiora l’hip hop o in vocalizzi a metà tra il cantato e il parlato tipici dell’hardcore punk (Tearing ricorda il debito del Nostro nei confronti di band come Bad Brains e D.R.I.). Ma Rollins sa anche far venire i brividi, come nei sussurri di Obscene, che sfociano in urla strozzate su uno sfondo musicale quasi doom metal. Non ci sono confini che tengano in questo terremoto di metamorfosi che più che distruggere, però, costruisce. Una trasformazione figlia di una stagione felicemente creativa che ha segnato irreversibilmente il nuovo corso del rock.

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette