Recensioni
Roedelius
Selbstportrait I/Selbstportrait 2/Geschenk des Augenblicks
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Giancarlo Turra
- 4 Gennaio 2011

Prosegue indefessa la BureauB a fare luce sulla produzione del prolifico Hans-Joachim Roedelius. Impegno encomiabile e per nulla agevole, dipanare le fila di una discografia che conta decine di titoli e che, tra naturali alti e bassi, indica un talento innegabile benché dispersivo. Ritmi produttivi da “tedesco” ai quali sbracherebbe qualsiasi genio, questi, ma a questo giro si pesca bene: l’uomo comincia in solitario nel 1978 inciampando in Durch Die Wüste e Jardin Au Fou, appesantiti da un’attitudine “prog” che è novità inedita. Prossimo ai cinquanta, lo diresti pronto per la pensione se non fosse per il progetto Selbstportrait, che dal ‘79 all’80 recupera in alcuni volumi materiale dell’epoca d’oro rimasto nel cassetto. Più che in ritardo, l’ambient tastieristica di bucolico e talvolta stralunato afflato a suo tempo concepita rivela un fascino austero che risponde solo a sé, com’è tipico dei classici conclamati.
Selbstportrait I, ripescava nel 1979 cose del “buen retiro” sulle colline del Weser: colà il Revox girava raccogliendo appunti mostrando una patina sgranata che sarà pane quotidiano dei Boards Of Canada, qui figlia della necessità di reincidere su vecchi nastri monofonici a velocità ridotta. Ne deriva un osservare il panorama dalla finestra e trattenerne cartoline che spaziano dal puntinismo all’ipnosi, da un serafico borbottare a cupezze notturne, sistemando umori orientali e cosmici sullo sfondo. Simile l’aria che si respira in Selbstportrait II, ristampato con una cinquina di brani al tempo esclusi dalla scaletta e ulteriore passo verso un dualismo uomo/macchina risolto seguendo l’ottimismo asimoviano e non il cyber-punk che sarà.
Diverse le premesse ma non dissimile il risultato in Geschenk des Augenblicks, pregevole acuto che rispondeva all’accademia al confine con la tappezzeria del Roedelius a cavallo tra ’81 e ’82. Archi e ambienti severi ma delicati segnavano, nell’84, il rifugio dentro un alveo atemporale che scopriva viepiù umanità, allargava lo spettro strumentale e conquistava il suo album più fortunato commercialmente. Pianoforte, chitarra e archi discreti occasionalmente visitati da un sintetizzatore polifonico mostrano un sentire cameristico – riscoperto più tardi da Rachel’s e Tin Hat – presente in Roedelius sin dalla trasferta a Forst. E che attendeva il momento propizio per affiorare, aiutato in ciò dal trasloco in Austria di poco precedente e dalla conseguente esposizione alla tradizione romantica. A un tendere verso un’ideale irraggiungibile che i suoi avi letterati chiamarono Sensucht e che interpreta tramite spartiti delicati e melanconici, con un omaggio alla Spagna qui e una struttura più ardita là. Facendo media nel terzetto, si raggiunge senza sforzo un
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