Recensioni

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Un vecchio modo di pensare diffuso all’interno del rock – mutuato in gran parte dal punk – è quello secondo cui, per avanzare, devi guardare al passato, conoscerne la sostanza e tradirne/trasfigurarne la forma. Sono tanti gli esempi per questa sorta di paradigma critico, dal post punk al post-hardcore. Gente che si professava punk nell’attitudine ma che poi faceva dischi sperimentali (o comunque lontani dal one-two-three ramonesiano e derivati). Se dunque il rock rumoroso in generale può oggi essere visto come un classico interno al rock, allora quello dei Rocket From The Tombs è un esempio bislacco ed arzigogolato di classicismo. Perché Black Record è il terzo disco in studio post-reunion (oddio, reunion…) di una band proto-punk, gruppo che poi ha visto nascere da un lato i punkissimi e stradaioli Dead Boys e dall’altro gli sperimentali Pere Ubu. Discorso leggermente complicato che si risolve con semplicità.

Semplicità che si vede nelle scelte fatte qui. Zero sperimentazione (nonostante ci sia un certo David Thomas) ma allo stesso tempo abbandono della vecchia formazione: fuori Cheetah Chrome e Richard Lloyd, dentro le chitarre “nuove” Buddy Akita e Gary Siperko. Rispetto al precedente Barfly, pezzi più a fuoco, cover e auto-cover (Sonic Reducer tra tutte) incendiarie, visione d’insieme più coerente. E qual è questa visione? Non quella noise o new wave di casa Ubu, ma quella rock stradaiola dei Dead Boys. Pare che a Thomas ormai interessi solo alzare il volume e divertirsi, cosa che a suo modo è una rivoluzione, se si pensa che col passare del tempo qualsiasi band tende ad addolcirsi, addomesticarsi. Forse i Rocket From The Tombs lo hanno fatto per quel che riguarda lo scardinamento delle forme, di certo non per lo spirito rock’n’roll che anima questi solchi.

Non c’è infatti un solo secondo di troppo in Black Record: l’inizio in medias res di Waiting For The Snow, col tono riflessivo di Thomas, le chitarre ruspanti e il basso catacombale; gli Stooges aggiornati ad oggi di Nugefinger e Hawk Full Of Soul; il passo da panzer di Read It And Whip It; l’energetica versione (forse un po’ troppo fedele all’originale) di Strychnine; il pub rock di Parking Lot At The Rainbow’s End. Tutti esempi di classici del rock costruiti senza sbavature, con energia e verve. A questa età e con quel passato, vale più di un attestato di ottima forma. Se poi ci mettete il fatto che non vi è il benché minimo sentore di maniera, il gioco è fatto.

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