Recensioni
Ska-P, Iron Maiden, Queens of the Stone Age, Pixies, Biffy Clyro
Rock In Idro 2014
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Nino Ciglio
- 6 Giugno 2014

La storia di Rock In Idro – o IdrHo, come si è chiamato fino a pochi anni fa – è sempre stata travagliata: da edizioni non svolte a cambi di location. Il merito (o lo scopo) della rassegna, in ogni caso, è quello di riproporre l’interesse per il live su grossa scala, captando attenzioni grazie anche a nomi di un certo peso che, di solito, si circondano di schiere di fan.
Quest’anno l’edizione di Bologna ha confermato la natura travagliata della manifestazione, con il Day 1 annullato causa pioggia, ritardi e scioperi aeroportuali. Chi era giunto nel capolougo felsineo per assistere allo show del dj britannico Fatboy Slim, è rimasto dunque deluso. Il secondo giorno, invece, forte di una line-up che avrebbe fatto invidia a qualsiasi Primo Maggio o Festa dell’Unità, il festival ha registrato un buon picco di presenze, con live di variegato livello, come quello dei redivivi Pogues o dei sempre simpatici Gogol Bordello. La rassegna dell’Arena Joe Strummer ha dimostrato che si possono radunare grandi masse in un unico evento, conservando un briciolo di scelta qualitativa. Certo, i nomi proposti non sono esattamente sulla cresta dell’onda e – in molti casi – neanche azzeccatissimi a livello qualitativo, ma la risposta del pubblico è sembrata onesta. Noi di SA siamo andati a sbirciare al concerto degli Iron Maiden il Day 3 e al Day 4, in cui Queens Of The Stone Age e Pixies ricoprivano il ruolo di headliner.
La fauna del Parco Nord, domenica 2 giugno, è quella delle grandi occasioni, consacrate agli dei pagani del metallo. Kilt, pelle, occhiali scuri, bandane, borchie… almeno il metal regala ancora qualche soddisfazione a livello di estetica. Arriviamo sugli Alter Bridge, saltando (colpevolmente) gli Opeth, con la super band – composta da due terzi di Creed e un terzo di Mayfield Four e Slash – che sembra intrattenere una folla adorante. Il loro, pur non essendo propriamente un set metal, è un sound duro, hard-rock, accompagnato dalla voce sublime e acutissima di Miles Kennedy.
Malgrado il sole battente e i residui di fango ai bordi dell’arena, riusciamo a trovare un posto non lontanissimo dal palco: tecnici e staff si stanno dando da fare per montare il più in fretta possibile il grosso palco degli Iron Maiden. Al primo calar delle tenebre (poteva essere altrimenti?), la band inglese sale sul palco, preceduta – come d’abitudine – dalle note di Doctor Doctor degli UFO. Il set è uno dei migliori che ci si possa aspettare, sicuramente una gioia per chi non ha mai avuto occasione di sentirli. Molti brani estratti dal bellissimo Seventh Son Of A Seventh Son (Moonchild, Can I Play With Madness, Seventh Son Of A Seventh Son e The Evil That Man Do), alcune chicche (The Prisoner, Revelations, Aces High e Sanctuary) e i grandi classici (The Trooper, The Number Of The Beast, Fear Of The Dark, Iron Maiden), con lo show che fila dritto, toccando il punto più alto durante una Seventh Son Of A Seventh Son in cui la lunga coda strumentale è eseguita con mestiere dalla band.
L’acustica, forse un po’ debole per il sound corposo dei Maiden o forse influenzata dagli oltre 20.000 presenti, non regge alla perfezione, ma lo spettacolo – fra cambi di scenografia, robot giganti e giochi pirotecnici – è gustoso. Diciassette brani sono forse un po’ pochi per una band da tre ore di concerto come i Maiden, ma ci portiamo a casa una sensazione piacevole.
Il Day 4, invece, inizia presto, con la solita trafila di gruppi più o meno fuori hype. In particolare: The Fratellis e We Are Scientist. I Brian Jonestown Massacre, invece, confermano di possedere i requisiti giusti per condire un live divertente, fatto di psych rock Sixties e look a tema. Verso le sei, ci facciamo trascinare dalle note di Don’t Forget Who You Are di Miles Kane. Il brit rocker più amato da NME quantomeno tiene attiva la platea non numerosissima dell’orario scomodo. Il suo set è divertente, a tratti Sixties, ma non sufficientemente gustoso da adunare i più, appollaiati sulla collinetta in mood “svacco”. Sui Manic Street Preachers è già nostalgia teen: la band consacra in undici brani la propria carriera ventennale, regalando un live di spessore, capace di non lasciare indifferenti. Catturate da subito le attenzioni con Motorcycle Emptiness (da Generation Terrorists del 1992), i Manic hanno giustamente spaziato sull’intera discografia, mettendo da parte gli ultimi Rewind The Film e Futurology. Dalle parti di Tsunami e If You Tolerate, ci si è anche divertiti parecchio.
Sui Biffy Clyro si fa fatica ad avere un’opinione accomodante. Il trio è molto ingombrante sul palco, con schiene nude al vento, sudore e capelli lunghi. Ma soprattutto con un sound massiccio che forse non avrebbe sfigurato nel Day 3 dedicato al dio metallo. In ogni caso, la band si è dimostrata la più attesa, soprattutto dal pubblico under 30, che sfoggia magliette, polsini e trucchi imprevedibili. Pescando da Opposites e Only Revolution, la band di Simon Neil ha condotto un’oretta di show intenso sotto un sole battente. Nessuna infamia, certo, ma difficili da digerire.
Arrivata l’ora di cena, ci avviciniamo quatti quatti verso il palco, su cui, senza fanfare e cerimonie, salgono i Pixies. La band, reduce da un non proprio fortunato coming back, ha voglia di farsi sentire e di rodare la nuova bassista Paz Lenchantin, che ha preso il posto di Kim Shattuck (che a sua volta aveva sostituito Kim Deal). Fin da Bone Machine, ci accorgiamo che i quattro di Boston hanno voglia di scaldare gli amplificatori. E ne hanno facoltà, vista una setlist che pesca a piene mani dal disco migliore, Doolittle, senza rinunciare a qualche rapido excursus (Ed Is Dead) verso l’esordio Come On Pilgrim. Paz regge bene ed ha una buona presenza, Black – sempre più rotondo – sembra persino cantare (e non farfugliare, come spesso gli è capitato) e divertirsi. Il finale su Where Is My Mind, ca va sans dire, è una preghiera corale, sulla quale Black ama storpiare la metrica.
Tempo di un rapido cambio palco e inizia il countdown che porta nell’arido deserto stoner dei Queens Of The Stone Age. È inutile negarlo, s’era lì per quello, e infatti lo show degli statunitensi è il punto di massima affluenza della giornata, anche se troppi, veramente troppi, sono gli spazi vuoti nell’arena. Ma i QOTSA hanno un nuovo batterista, che si chiama Jon Theodore, già con l’uniforme dei Mars Volta era spaziale. Ora ha l’occasione giusta per sublimare le sue capacità. Ed è anche merito suo parte della riuscita dello show, perché tiene le fila e cuce i ricami magistralmente. Homme e soci hanno un set da orecchie sanguinanti, con decibel altissimi e una scaletta equilibrata. Da No One Knows in giù, passando per Sick, Sick, Sick da Era Vulgaris e cinque estratti dal più pop …Like Clockwork, i QOTSA si confermano band da grandi palchi, senza bisogno di spiegazioni. Ci prova pure, Homme a dire due parole al pubblico, ma poi, saggio, ritiene sia meglio far parlare la musica. E, così, tirati come non mai, in meno di un’ora si arriva al gran finale di Song For The Dead, sette minuti di follie acrobatiche e muri del suono altissimi, con chitarre ruggenti e un assolo di batteria mastodontico. A casa, ci porteremo questo, come ricordo migliore della rassegna.
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