Recensioni

Il bradipo tridattilo, citiamo Wikipedia, «è il mammifero più lento sulla terra, con una velocità massima compresa tra 0,1 e 0,16 km/h». È a lui, alla sua lentezza necessaria in un mondo che viaggia a ritmi sempre più insostenibili, che il polistrumentista – con un passato nel pop nazionale – Roberto Zanisi dedica il suo album. Un lavoro, Bradypus Tridactylus, che non va interpretato con la solita, tanto abusata, metafora di un viaggio compiuto attraverso i suoni del mondo, ma piuttosto come una vera e propria immersione acustica tra culture e atmosfere che posano le loro radici su latitudini mediorientali per poi mescolarsi e unirsi alle assonanze d’oltreoceano e palesare inedite commistioni.
One man band, Zanisi confeziona un disco a metà tra un’opera chitarristica cui non mancano riferimenti al blues (Spezi Panché) e al jazz, e un lavoro con una valenza divulgativa che ha quasi dell’etnomusicologico. Basti elencare gli strumenti utilizzati e la loro provenienza – greci (bouzouki), turchi (cumbus, cifteli, baglama, doumbek), peruviani (gunja cajon) e caraibici (steel pan) – per farsi un’idea del lavoro di ricerca compiuto dal musicista atto a imbastire una soluzione stilistica fatta di suggestioni e votata al ricreare mondi lontani che si uniscono tra gli spazi di corde pizzicate.
Come il miglior Pat Metheny autosufficiente, il Nostro costruisce e scompone le sue melodie, che si muovono ora imperiose ed urgenti sul mare di Instanbul (Aksak Deniz), ora tra le preghiere e i rituali di un’italica processione (L’uscita del fercolo). Di fioretto, cori e fingerpicking, Zanisi procede a rifinire un album godibile tanto per i più assidui frequentatori del genere quanto per le orecchie meno avvezze. A chiudere il disco la sommessa Red Pony, tributo in bouzouki solo a John Fahey che chiude il cerchio in tono umile e dimesso, con un pensiero rivolto a un riferimento stilistico inevitabile.
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