Recensioni

Dopo la prova magistrale e densa di significato di The Candle and the Flame (2023), pochi si sarebbero attesi un ritorno tanto repentino di Robert Forster. Il musicista australiano, al contrario, sembra aver trovato la strada per sorprendere e sorprendersi, mettendo a segno con Strawberries un disco che trasuda vitalità, ispirazione e fresca leggerezza.
I nuovi brani sono germogliati con naturalezza subito dopo la parentesi cupa ed emotivamente destabilizzante dell’album precedente, che lo vedeva alle prese con lo spauracchio del tumore di sua moglie. Forster qui segue un’intuizione, cercando di capire dove quella brezza creativa lo avrebbe condotto; il suo ruolo è quello di creare le condizioni migliori affinché tutto abbia la libertà espressiva desiderata: l’idea anarchica che guida Strawberries è infatti quella di raggiungere una città sconosciuta e registrare le tracce del disco con una band inedita per poi ripartire veloce.
Detto fatto, il nuovo album è stato prodotto e registrato in Svezia e porta il marchio di Peter Morén del trio pop Peter, Björn & John, il cui contributo è palpabile negli anfratti in cui le composizioni di Forster travalicano quell’imprinting che lo lega, ancor oggi, ai Go-Betweens: la nuova prova è sicuramente uno snodo cruciale in questo mosaico e rappresenta l’apice compositivo – in termini di varietà e ricchezza sonora – oltre che una lectio magistralis di ispirato songwriting. Basti pensare a come la dylaniana Breakfast on the Train, che in ben otto minuti nei minimi dettagli un incontro pruriginoso tra vecchi amici, sia in antitesi all’alt-rock di Good To Cry, che sembra uscito dal maturo esordio degli inglesi The Loft.
Tutto vibra e si accorda armoniosamente con l’universo creato dalla penna di Forster: vibrante e magniloquente è il folk-rock di Tell It Back to Me mentre l’incedere dal taglio vaudeville della title-track (con la partecipazione di Karin Bäumler) ci catapulta nei sixties dei Kinks. Non mancano le ballate struggenti, quelle in cui l’occhio dell’autore stringe il campo visivo sui dettagli mettendo in luce vizi e delusioni dei protagonisti delle sue storie: Such a Shame ritrae i contorni di una rockstar decadente mentre Foolish I Know inquadra una tenera storia di attrazione non corrisposta tra due uomini, tra le sue più coraggiose e belle, scegliendo un approccio compositivo che ricorda il Lou Reed di New York. E, ancora, di Velvet Underground in dialogo con i Buffalo Springfield (quasi una citazione alla celebre For What It’s Worth) pervade la conclusiva Diamonds che, all’indolenza à la Neil Young del brano, fonde imprevedibili esplosioni free-jazz che scaraventano l’australiano nel passato più recente di band contemporanee come i Black Country, New Road.
Con lo stesso piglio delle band che arrivano in città conquistandolo con il loro estro, a Forster e soci bastano meno di quaranta minuti per spingerci a considerare Strawberries un album rilevante per l’anno in corso, al pari di colleghi del calibro di Chris Eckman, The Loft, Simon Joyner e Jason Isbell.
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