Recensioni

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Il nome della band suona cattivo. E quello del disco anche di più: Feralruzz, a pronunciarlo tutto insieme. Quasi una parolaccia. Vi tagliano la strada all’incrocio? Feralruzz! Vi passano davanti in fila alle poste? Feralruzz!  Da pronunciare possibilmente con voce gutturale, digrignando i denti e con sguardo torvo rivolto al vostro interlocutore. E questa è la parte nominale. Poi c’è la parte sostanziale della faccenda, che racconta tutta un’altra storia, ovvero che lungi dall’intimorire, questo sesto lavoro lungo della formazione di Long Beach fa ridere. I Rival Sons non fanno altro che propinarci suoni del trapassato remoto riconducibili all’universo hard&blues anni Settanta, ma in tempi recenti c’è chi – come i Pontiak – questo lavoro l’ha fatto infinitamente meglio. Anche perché in certi casi basta poco a diventare come i Greta Van Fleet, o i Maneskin, che sguazzano nella cover mania e nel revival, autoproclamandosi eredi di una tradizione gloriosa ma bypassando decenni di sperimentazioni e innovazioni, come se John Bonham fosse morto ieri e Ozzy Osbourne stesse ancora digerendo la testa di quel povero pipistrello che azzannò sul palco.

È un disco che si stronca quasi da solo, questo Feral Roots. Una matassa di cliché imbarazzanti per chi ascolta, ma ancora di più dovrebbe esserlo per chi suona. Che poi le qualità tecniche ci sarebbero pure, e finanche quelle compositive, come si coglie da alcuni – sporadici – passaggi, schegge in un mare di mediocrità: l’abbozzo di inno da stadio che vorrebbe essere il chorus di Do Your Worst, il bridge di Look Away, i riffoni sparsi tra Back In The Woods, Too Bad e Imperial Joy. Niente però che riesca a risollevare almeno un po’ questo papocchio sonoro sconcertante, una carnevalata bella e buona, indegna della grande eredità musicale alla quale questo gruppo afferma di volersi agganciare. Purtroppo, si muore anche di luoghi comuni.

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