Recensioni

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Ci “lamentavamo” del fatto che il revival noise-rock fosse appannaggio dei “vecchi” che quel suono avevano contribuito a forgiarlo, pensando ai vari Jesus Lizard, Shellac, Unsane e Cop Shoot Cop (sotto le mentite spoglie degli Human Impact), God Bullies e via dicendo, che si sono ripresentati in questo scorcio d’anno tutti insieme. Era una lamentela in senso lato, ovviamente, dato che quel suono è più che mai vivo, stando a quante band continuino a muoversi nelle melme di un underground sempre più underground, al punto da risultare di interesse per una minoranza della minoranza degli appassionati di certa musica diciamo non mainstream.

E appunto, ecco che dall’Inghilterra arrivano i Ritual Error, power-trio di quelli che si possono formare solo a Londra o quasi per eterogeneità di provenienza dei membri, nello specifico il cantante e chitarrista Okala Elesia, il batterista David Thair e il bassista Alessandro Incorvaia, nostro connazionale e già impelagato a vario titolo in quell’underground dei ’90 di cui sopra. E questo loro esordio Dial In The Ghost è un portale spazio-temporale che ci riporta proprio a quel decennio col suo concentrato di post-hardcore urlato e noise-rock disperato senza un minimo di sosta.

Prendete dei Karp più quadrati, mischiateli con qualche formazione che univa attitudine hc primigenia e contaminazioni varie tipo Deadguy o Kiss It Goodbye, buttateli su Skin Graft – ma le combinazioni ovviamente possono essere molteplici, avanti e indietro nei decenni e tra etichette – e avrete qualcosa che assomiglia al suono di questo trio: un pezzo come l’iniziale Good Conscience In Three Stages frulla noise-rock newyorchese, screamo, tensione post-hc e slanci sembrano quasi provenire da Louisville, la seguente The Living Archive è uno sputo totalmente no-wave spastico e nervoso, e Life As A Contact Sport sembrano i McLusky sotto anfetamina intenti a trovare il modo di tornare nella Chicago di metà anni ’90.

Se ascoltando le dieci tracce di questo album non vi torna in mente neanche un’immagine, un suono, un nome di quelli che si rintracciavano nei cataloghi delle etichette carbonare d’oltreoceano (o, per noi poveri periferici, delle distribuzioni illuminate del tempo), allora le cose sono due: o non eravate nati, o eravate morti. E se siete morti anche ora, tranquilli: ci penseranno le mazzate dei Ritual Error a farvi rinsavire.

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