Recensioni

Una grande festa itinerante. È proprio questa l’impressione che gli I Hate My Village sembrano voler dare di loro stessi, quella di un’iniziativa pensata esclusivamente a favore del divertimento sul palcoscenico, del libero esprimersi, del dar sfogo alle chitarre, al ritmo martellante delle percussioni, all’andamento lento del basso, utilizzando come catalizzatore finale la voce peculiare, distorta, riconoscibilissima e pazzoide del cantante. Tutti questi elementi corrispondono ai nomi di Adriano Viterbini (Bud Spencer Blues Exspolosion), Fabio Rondanini (Calibro 35, Afterhours), Marco Fasolo (Jennifer Gentle) e Alberto Ferrari (Verdena). Lo avevano già dichiarato nel corso delle varie interviste concesse all’uscita dell’eponimo album: questo supergruppo nasce dall’amore verso il suonare dal vivo, dal percepire l’ebrezza del pubblico pagante, nell’immergersi in quell’oceano di suoni e sensazioni che solo un live può darti, fondersi con quella musa ispiratrice che garantisce il perfetto connubio tra professionalità e improvvisazione. Se poi si aggiunge la strabordante influenza della musica africana e del suo stile libero e per nulla piegato a pretese di marketing o a strategie commerciali (che pure non mancano, è pur sempre Milano, baby!), il gioco è fatto.
L’opening del concerto milanese al Santeria è riservato a un chiocciare di galline che non può non riportare alla mente il famigerato pollaio verdeniano, un frastuono di suoni animali che esalta l’atmosfera bucolica che verrà poi ricercata con l’ingresso dei componenti e che già riecheggia in quel village parecchio odiato/amato. È Presentiment ad aprire le danze (è proprio il caso di dirlo), mostrando una sinergia e un’intesa raramente così apprezzate dal pubblico fin dall’incipit della serata, dove l’attesa si era fatta spasmodica, intensificata anche dall’assenza di un opener e da un ritardo inverosimile. Neanche il tempo di incassare il primo scroscio di applausi che subito parte Tramp (oppure è Trump, come scritto sul foglio che elenca la scaletta della serata?), scatenata, ellittica e in piena estasi danzante; Fare un fuoco setta il canto schizofrenico di Ferrari, pronto a gustarsi il consenso generale della folla, che a più riprese indica il suo beniamino con fare pseudo-altezzoso ma in definitiva più divertito del normale. Aquaragia e I Ate My Village completano la festa popolare di cui si accennava sopra, per raccogliere tutti attorno a quello che, prima ancora che un album, è un concept incentrato sulla voglia di stare bene, di spassarsela, avendo come unica droga le possibilità sconfinate degli strumenti musicali.
Eppure, nonostante l’ascendenza di ispirazione africana esibita, la mente non può che tornare agli psichedelici anni Settanta, al prog italiano, agli esperimenti sensoriali di un’epoca fa, corteggiati lungo tutta l’esibizione dai vari membri, che a turno si concedono qualche sensazionalismo individuale, come il lungo e intenso miagolio in solo di Viterbini (in salsa neilyounghiana), per poi montare nuova foga (Bahum) ed esplodere nel sinuoso singolo Tony Hawk of Ghana, dove ciascun componente conosce bene il proprio diritto divino sulla folla, che ormai pende dagli strumenti del gruppo. Non a caso arriva puntuale l’uscita di scena, per quello che si rivelerà il primo encore della serata. Ritornati sul palco, è il falsetto di Ferrari a riavvivare gli animi, con l’esecuzione di una personalissima cover di Don’t Stop ‘Til You Get Enough (Michael Jackson), virando poi su Tubi innocenti, del side project viterbiniano Film |O| Sound. Nuova pausa – parrebbe definitiva, ma il pubblico richiede il ritorno a gran voce, con attimi da rivoluzione francese – prima del saluto definitivo sulle note di Bring It On Home To Me di Sam Cooke (di cui tra l’altro è pure uscito un buon film-doc su Netflix per la serie ReMastered). Una festa, come si diceva, per gli occhi, le orecchie e mettiamoci anche tutti gli altri organi vitali. [Foto di Francesca Sara Cauli]
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