Recensioni

Ci voleva un bel rumore di chitarre per coprire tutto il chiacchiericcio di Sanremo. Ringraziamo i Ride non solo per averci dato per una sera un porto sicuro dall’accerchiamento festivaliero (quel mostro che ci divora tutti, volenti o nolenti, una volta all’anno, perché se riusciremo a non morire democristiani nessuno lo sa, ma temo che siamo nati e finiremo sanremisti…). C’è molto di più.

Già li avevamo visti l’anno scorso all’I-Days a Milano e il concerto al Santeria ha sostanzialmente confermato le buone impressioni a proposito dello stato di forma di una band che ha ritrovato/rinnovato in modo intelligente il proprio stile. Spazio soprattutto al repertorio post-reunion: Jump Jet e Future Love aprono le danze, dall’ultimo album This Is Not A Safe Place, il disco più saccheggiato dalla setlist. Sound meno bagnato di riverberi e distorsioni quindi, ma ben costruito, anche con l’alternanza tra qualche chitarra acustica e frangenti filo-noise, che occupa stabilmente la prima parte del concerto – con un’appendice alla fine, quando un’azzeccata In This Room apre il bis dopo che con un piccolo siparietto sul palco si è festeggiato il compleanno del bassista Steve Queralt (a proposito, sono 52, auguri!).

Chi ha fatto foto (complimenti a chi avevo di fronte, perché immagino dovesse fare un film su di loro) avrebbe potuto immortalare Andy Bell e Mark Gardener chini a guardare i pedali come due shoegazers provetti. Ma lo sono ancora? Se l’esuberanza della gioventù è un ricordo che fa un po’ tenerezza pensando ai caschetti di una volta che l’andare degli anni ha ingrigito o ha fatto proprio scomparire con una pelata da mezza età, il sound oceanico di Nowhere e dintorni ritorna invece a frusciare piacevolmente nelle casse (dopo che ci siamo sorbiti con piacere un altro vecchio cavallo di battaglia come OX4) con una freschezza che neanche il tempo passato può far scolorire del tutto, appena parte il giro scattante di una Vapor Trail o Seagull inizia a fiondarsi fuori giri tra scrosci di feedback, e ci aspetta al varco con l’ultima devastante accelerazione di batteria.

Due parole anche sui Crushed Beaks di spalla, che ci sono sembrati a tratti uscire da un limbo C-86 sospeso nel tempo più dei Ride stessi. A tratti appunto, perché il brano con cui hanno attaccato non nascondeva tratti new wave à la Joy Division. L’impressione è che manchi per ora un po’ di incisività per distinguersi come una band capace di dare grandi soddisfazioni. Vedremo. Per il momento sono rivedibili.

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