Recensioni

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Rick Ross arriva al sesto disco, e il nuovo Mastemind – prodotto da DJ Khaled e Sean Combs a.k.a. P. Diddy a.k.a. Bad Boy Records – parte bene: beat trionfale su Rich Is Gangsta, a firma Black Metaphor, che campiona l’Average White Band, e il rapper che tiene il battito dei colpi di cassa e rullante, senza sbrodolare i suoi vagheggiamenti narcisisti, anzi sfogliando nel mucchio due-tre rime crude che significano, in sintesi, quella peculiarità che non ti aspetti.

Il resto è uno  scempio egotista con il flow che crolla in affanno, da sorbirsi tutto in una volta e senza pietà. Mafia Music III ha ancora un tiro e una ragione, mentre Ross rapisce dai Wu-Tang Clan una “shame on a nigga who tried to run game on a nigga”. E poi? L’inconsistenza del giro strumentale si sgretola col passare dei secondi, subendo metamorfosi da intuizione a brodaglia. The Devil is a Lie è il secondo beat illuminato grazie a Major Seven più K.E. on the Track. Qui Ross teologizza e Jay-Z prende il controllo. Non è Watch The Throne, ma è meglio di nulla.

Concettualmente, – “io ho soldi, sono qualcuno!, stai attento Jay-Z!, prendo e costruisco un impero più grande del tuo” – il denaro è l’idea portante, unica, di Mastermind, tema che il rapper porta avanti con il più rozzo, amorale e machiavellico dei modi, ostentando posizioni politiche anti-Obama. Bisogna farsene una ragione: se è andata così, è andata male. Provi a credergli e ti auguri che continui a fare soldi, perché leccarli è la sua unica ragione di vita. Un ascolto di pietà e compassione per un disco cattivo. Soldi, presunti complotti ai suoi danni e tanto affanno dietro il mic. Il Nostro sillaba e crolla a terra senza fiato. Riesce a coinvolgere nel suo putiferio Big Sean, di per sé non Raekwon, e Kanye West: burattini su uno strumentale di noia reazionaria che stona persino su Mastermind. Una produzione nostalgica anni ’90. Sempre troppo oltre o troppo poco. No rap, tanto marketing:  sei quello che sei Rick!

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