Recensioni

A due anni dal buon We Used To Think The Freeway Sounded Like A River tornano i Richmond Fontaine, band capitanata da quel Willy Vlautin che negli ultimi anni ha coronato la sua indole di scrittore con tre fortunati romanzi, da uno dei quali – The Motel Life, il debutto del 2006 – è stato anche tratto un film per la regia dei fratelli Alan e Gabe Polsky. Lo stesso impasto di fatalismo allibito carveriano e speranza dissipata McCarthy che sostanzia quelle pagine corre come un filo teso tra le diciassette tracce di The High Country, decimo lavoro in tre lustri per il quinettto da Portland, altrimenti definibile concept album ma ancora meglio un racconto che procede di canzone in canzone.
La vicenda – una problematica storia d'amore tra un meccanico ed una commessa, due loser nella terra dimenticata dal Sogno Americano – si nutre per così dire degli sketch atmosferici apparecchiati dai pezzi, ma ancor più sono le canzoni a beneficiare della spinta narrativa, cavalcandone gli accumuli emotivi ed i rilasci estatici che in un certo senso diventano additivi della trama sonora. Non stupisce quindi trovare i Richmond molto più versatili e incisivi che nelle ultime prove, disposti tanto alla ballata intimista (le toccanti Deciding To Run e Let Me Dream Of The High Country – cantate dalla brava Deborah Kelly dei Damnations – o quella The Meeting On The Logging Road che coglie petali spiegazzati Howe Gelb da una margherita Eels) che alla vampa elettrica (l'impeto Decemberist via 16th Horsepower della stupenda The Chainsaw Sea, i trilli e le pennate incandescenti di Angus King Tries To Leave The House, l'inquietudine radente Stan Ridgway di Lost In The Trees), per non dire della fregola onirica che solleva da terra episodi impressionisti (in senso cinematico) quali The Mechanic Falls In Love With The Girl o I Can See A Room (Brian Wilson colto da afflizione Black Heart Procession?).
Per tutto ciò, alt-country potrebbe suonare come una ben angusta definizione, individuabile al più come base sentimentale di un'Americana duttile e ramificata fin dove occorre estendere l'immaginario. Questa capacità di rappresentare una scheggia di presente – non certo tra le più comode – con toccante durezza e acceso lirismo, con un senso di necessità che non scivola nella retorica, fa di The High Country uno dei migliori titoli del repertorio Richmond Fontaine e tra i più significativi ascolti dell'anno.
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