Recensioni

Breve excursus sulla vita di Richie Ravello: padre spagnolo e madre inglese, cresciuto a Londra fino all’età di 5 anni, fuggendone per poi tornarci a 26 anni, ora – dice lui – felicemente baciato dal sole del Golfo di Napoli, tra Torre del Greco e Massalubrense. È semplice farsi un’idea del melting pot alla base del bagaglio culturale di questo promettente ragazzo, esordiente per la Locale Internazionale con un quest’omonimo album di debutto. Richie stesso ne ha sintetizzato la proposta come Elettronica Partenopea – oppure, ragionando per più ampie macrotegorie, elettronica contaminata da pop e da musiche inglesi un po’ datate; noi preferiamo parlare di pop colorato, tendente al vintage, nostalgico, leggero e pastellato. Insomma, tutto un immaginario, stando sempre alle parole dell’autore, che guarda ai tramonti dietro Ischia e alle limonate.
Poche ma semplici le regole che stanno dietro alla lavorazione di questa opera prima: tracce composte con lo stesso set di strumenti, grande utilizzo del Prophet, collaborazioni con artisti (qui troviamo la sua cantante preferita, Silke, Jordy, Joseph Ride, Mo Evans, ma anche i napoletani Sonakine e Gaetano Savio) mai incontrati di persona. Per un gioco neanche troppo complicato di sottrazione e riporti, Richie Ravello rappresenta l’altra faccia della medaglia di quel Mechanics di Jolly Mare che tanto ci ha entusiasmati lo scorso anno, vuoi per la sua anticipazione del ritorno prepotente del fenomeno (italo) disco negli ambienti del clubbing che conta, vuoi per un savoir-faire tutto tricolore messo in mostra con un approccio poco digitale e molto umano, tra jazz e funky, pop e ritmi spezzati.
Richie Ravello, se vogliamo, rappresenta la scarnificazione del sopracitato lavoro di Fabrizio Martina, ne strappa il grosso delle sovrastrutture per tornare a un’ideale colonna sonora da ascoltare – fuori stagione – mentre osserviamo il paesaggio costiero di Posillipo. Un’ondeggiante (art)pop dai toni sognanti e incantanti, che all’occorrenza sa farsi nu r’n’b (La nuit, Cold Juice), e anche M+A per quella patina eternamente malinconica, le ventate di un’estate ormai andata, e quel pizzico di sdolcinato che stavolta non guasta neanche un po’. Non è musica da ballare ma è facile tenere il tempo con il piede, vedi le smanettate acid sulla 303 (Gone, Acid Mysteries), i synthoni 80s (Cold hearted Turn) e le melodie videoludiche (Intro). Belle cartoline dal passato – gli umori downtempo di Here It Comes e Gone i momenti migliori – da sfogliare con calma e attenzione, ma occhio a non abusarne, potrebbero iniziare a scolorire in men che non si dica.
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