Recensioni

6.9

Un disco che sembra conciliare tante cose diverse per non dire contraddittorie: il malinconico e il ridanciano, il domani e l’altroieri, l’amore per la semplicità ed il gusto per la strutturazione, l’Inghilterra e l’America, ciò che scorre insomma nei tortuosi sentieri emotivi di Richard Swift, cantante, chitarrista e pianista californiano. La scaletta mette in fila perlopiù ballate calde e disinvolte, sorrette da una vis comunicativa ben pronunciata, il cuore in gioco come ai bei tempi e pulviscolare sgomento moderno. Ad esempio: se il valzerino di P.S. It All Falls Down gioca tra vaudeville e angoscia come un Thom Yorke ubriaco nel retrobottega di Badly Drawn Boy, c’è lo spaesamento trepido dei Grandaddy – perturbazioni digitali comprese – ed il pop sovraccarico Divine Comedy in Most Of What I Know, mentre la palpitante circospezione di Building In America aleggia tra strane apparizioni sintetiche ed un fosco ghigno blues.

Lo diresti un Rufus Wainwright meno capriccioso, o una obliqua misticanza tra Jens Lekman ed Elvis Costello, ma se dovessi mettere a fuoco il vero sapore dominante accenderei un paio di riflettori su Randy Newman, il cui piglio sanguigno e bizzarro guizza tanto nella cantilena ectoplasmatica della title-track (tra tip-tap e riff di ottoni) che nella languida perorazione in tre quarti di Ballad Of You Know Who, così come a lui possono essere ricondotte certi dolciastri piano-voce (Artist & Repertoire), le gommosità stomp (The Songs Of National Freedom) e l’accattivante malinconia – imparentata Blur – di Kisses For The Misses. Una parata di delizie che, sul punto di sembrarti risapute, si ravvivano di semplici, intense, accorate sublimazioni. Cocci di presente consegnati alla nostalgia.

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