Recensioni

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Dunque, eccoci ancora a Richard Swift. Il quale se ne esce stavolta con
un doppio album, dieci canzoni per dischetto, quaranta più o meno i
minuti complessivi. Quanta plastichetta sprecata, viene da dire. Ma
vabbè, le cifre di vendita non smuoveranno certo le superclassifiche,
per cui pazienza.

Probabilmente alla base di questa bizzarra scelta
dovrebbero esserci gli stessi moventi che informano la musica, un
garage-errebì-dub pervaso di memoria e fantasmi. Più che rifarsi ai
modi dei ruggenti Sixties, sembra che il caro Swift tenti di riprodurre
le situazioni emotive provocategli dall’ascolto di quei dischi,
presumibilmente vinili di media durata dai solchi parecchio bistrattati
a bistrattare incisioni originali già profumate di carboneria e
mistero. 

I blues fangosi come Fletwood Mac arcaici ed esausti (Vandervelde Blues), il turgore sgranato Small Faces (SM60), il primitivismo Stones (Your Mom), un Roy Orbison rapito dai Velvet Underground (Sign Language), la tosta devoluzione kinksiana (Phone Coffins), eppoi – certo – quei dub oppiacei e garruli come spiritelli fangosi, un certo piglio insidioso e sbruffone Jon Spencer e lo slackerismo spaesato da Beck:
tutto ciò, confrontato e unito al recente lavoro sotto l’egida
Instruments Of Science And Technology – che quindi tecnicamente non è
un predecessore – sembra volerci raccontare uno Swift intento nelle
prove tecniche di una carriera, che semmai ha il torto di venirci
proposta come una carriera vera e propria.

Resta il fatto che in questo stuzzicarsi, in questo mettersi alla prova
per delimitare gli ambiti e i limiti della propria azione artistica,
c’è un certo fascino. Ma non c’è Swift. L’autore è il grande
dissimulato, colui che si defila lasciandoci un frammento di sé,
curioso ma insoddisfacente, un gioco di memorie da ricostituire, il
canovaccio su cui un giorno saranno scritti i lavori “seri”. Nell’attesa, prendiamo atto con un pizzico di goduria e tanta perplessità.

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