Recensioni

5.8

Sette anni dopo Natural Rebel e il passaggio acustico e celebrativo di Acoustic Hymns Vol.1, Richard Ashcroft torna con un nuovo album in studio. Lovin’ You è l’ottavo lavoro solista dell’ex frontman dei Verve, un disco che conferma la sua volontà di rimanere fedele a se stesso e alla propria idea di canzone come atto di resistenza, come atto d’amore. Oggi, questa idea suona più che mai romantica, persino anacronistica. Ma, dice Ashcroft, “se smettiamo di credere che questa ‘cosa’ esista, rischiamo di smettere anche di opporci all’odio. E non possiamo permettercelo”.

Il disco procede in territori rassicuranti, perfetti e ben confezionati, a volte persino troppo. Il singolo apripista, Lover, è costruito attorno a un sample di Love And Affection di Joan Armatrading, definita dallo stesso Ashcroft un omaggio sincero e apprezzata pubblicamente dall’autrice. La canzone funziona, bilanciando l’originale con la versione brit-pop di velluto che Ashcroft sa costruire a occhi chiusi. La voce è ancora riconoscibile, con quella venatura da predicatore pop che rese Bitter Sweet Symphony un’icona, ma oggi rischia di scivolare nella maniera.

La produzione porta due firme importanti: Chris Potter, già al lavoro con gli Steely Dan, e Mirwais, storico collaboratore elettronico di Madonna negli anni Duemila. Due nomi di peso, che però portano a risultati discontinui. Il disco oscilla tra folk-pop dai riverberi caldi e dalle buone intenzioni (Out of These Blues, Find Another Reason, la conclusiva Fly to the Sun), e tentativi più ambiziosi, mai davvero incisivi.

I’m a Rebel, prodotta da Mirwais, è l’episodio più spiazzante: Ashcroft sperimenta falsetto, elettronica e dance-pop introspettiva da club. Il risultato non è disastroso, ma sembra più una deviazione di percorso che un reale tentativo di mettersi in gioco. Curiosa, forse divertente per l’ascoltatore indulgente, ma spezza il tono del disco, lasciando la sensazione di un esercizio di stile. Diverso invece Heavy News, probabilmente il brano più intenso: chitarre incisive, messaggio diretto e un’esortazione che suona da manifesto – “Don’t you wanna fight the fire with me?” – dove la voce torna a mordere e il pezzo acquista forza autentica. Peccato che resti un momento isolato.

Il resto dell’album gioca in casa, e lo fa con mestiere: c’è l’amore assoluto e senza fronzoli della title track Lovin’ You, un giro del mondo tra Londra, Roma, Tokyo e deserti interiori; il classicismo malinconico di Oh L’Amour; e la costante ricerca di un senso nelle ballate più pacate. Tutto è al suo posto, ordinato. Ma raramente sorprende. Il sound richiama un’America da cartolina, più vicina a un romanzo di Nicholas Sparks che a uno di Bret Easton Ellis: country-folk ovattato e radiofonico, pensato per un pubblico maturo e nostalgico. Orchestrazioni mai invadenti, produzione pulita, suoni chiari. Tutto funziona, ma senza scosse: piatto e prevedibile.

Lovin’ You è quindi un disco devoto alla forma più che al rischio. Ashcroft non rincorre la sperimentazione né il cambiamento. Si rifugia nella certezza di saper costruire brani che suonano bene, consolano e parlano d’amore e speranza con parole semplici. È il suono di un artista che non vuole più dimostrare nulla – forse neanche provarci.

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