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6.7

Secondo disco per il producer milanese Riccardo Noé, in uscita per la sua etichetta, quella Syntheke fondata nel 2014 per dedicarsi ai suoni dell’elettronica più riflessiva e cerebrale: dopo il debutto A Tear in the Dark, questa volta l’artista e label-manager prende spunto dalla tradizione della Cabala ebraica per costruire un concept-album estremante levigato e decisamente ambizioso. Chissà, forse spinto dal proprio cognome o mosso solamente da pura curiosità (d’altronde la mitologia giudea e specialmente tutti i misteri della Cabala hanno sempre affascinato il mondo della cultura: salta subito alla mente, giusto per portare un esempio, il primo film di Darren Aronofsky, π, Il Teorema del Delirio, dove complotti, matematica e appunto dottrine religiose si fondono nelle paranoie del protagonista), Riccardo ha sviluppato dieci brani dove i riferimenti a personaggi biblici sono il pretesto per sviluppare architetture soniche complesse ed eclettiche.

Aperto dai suoni abrasivi dell’intro industriale Bereshit, il disco evita troppi riferimenti ai colleghi dell’elettronica italiana (alcuni paragoni possono essere forse fatti con lo Yakamoto Kotzuga scurissimo del debutto Usually Nowhere o l’ultimo, stratificatissimo lavoro di Go Dugong, che però guarda a tutt’altre coordinate geografiche), preferendo muoversi sui territori più metafisici e sperimentali delle più recenti ibridazioni tra musica world e l’idm più distorta e sperimentale: se infatti Adam alterna il noise modulare di Carlos Giffoni con l’ambient rituale del Sol Levate, il minimalismo digitale di Babel è validissima attualizzazione delle idee di Terry Riley, mentre i minacciosi droni sci-fi della breve יַהְוֶה riportano alla mente il non troppo accogliente Paradiso di Chino Amobi. Un piccolo riassunto dei suoni più avanguardisti e visionari dell’elettronica contemporanea: questo è, nel suo insieme, Cabal, deciso upgrade della poetica del suo autore, giovane ma davvero interessante.

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