Recensioni
Partiamo dalla fine. Perché alla fine del concerto ci è venuta spontanea una considerazione – come dire – di sintesi. Thurston Moore possiede migliaia di vinili di musica country, è un grandissimo appassionato, un grandissimo esperto. Ma non fa country. Madlib, il vinyl junkie definitivo, è un drogato totale di free jazz, dell'impro di Sun Ra, del Davis elettrico. E ogni tanto si mette a fare free jazz, impro alla Sun Ra eccetera. Purtroppo.
Teatro Colosseo mezzo pieno per l'attesissimo live di Villalobos e Loderbauer (ma è abbastanza ovvio che si tratta del "live di Villalobos") coi loro esercizi ambient-glitch sui materiali ECM. Attesissimo dai fan del dj cileno, curiosi di vederlo in vesti e contesti inediti, attesissimo da chi voleva vedere alla prova del palco il controverso album (controverso sì, se si è andati dall'epifanico entusiasmo zingalesiano, al nostro sostanziale scetticismo, passando per il giudizio mediano di un Damir Ivic). Special guest – come promesso – un musicista di scuderia ECM, e cioè Gianluca Petrella, che sulla label tedesca c'è passato come uomo di fiducia di Enrico Rava (alcune musiche del quale rientravano nel piccolo canone di materiali usati per il progetto).
Villalobos sale sul palco alle nove e venti, accolto come la rockstar che è. Il live durerà in tutto un'ora e un quarto, articolato in un continuum di dieci-undici "movimenti". Gianluca, sulla destra, magliettona a righe nere e rosse, in piedi, suona e processa real time il suo trombone, si piega, smanetta, si agita; Ricardo si muove felpato e felino in postazione, sulla sinistra, sorseggiando una coca; Loderbauer al centro, tra Mac e synth, con accanto una birra che non toccherà mai, sta quasi immobile. Ma il regista è lui.
Si dice che il diavolo stia nei dettagli e allora il fatto che Max appaia così concentrato, quasi irrigidito, forse addirittura in controllata apprensione, e che a un certo punto, a tre quarti del concerto, letteralmente fulmini con lo sguardo Ricardo (che alza la mano come a dire "Sorry, my fault") vale più di dieci recensioni. Il diavolo ovviamente sta anche nelle cose più macroscopiche: già a partire dai primi venti minuti cominciano ad andare via qualcosa come una trentina di persone, in piccoli gruppi, soprattutto abbonati – lo immaginiamo da età e mise – ma non solo (ci sono anche ricardomaniaci, electrofili e indie sparsi). Inoltre, molti tra i più volenterosi, pur restando, cominciano a un certo punto a farsi i cazzi propri con telefonini e smartphone: vediamo le loro teste illuminate dal basso. Uno dietro di noi dorme. Infine, non incontriamo quasi nessuno degli "addetti ai lavori": i più furbi hanno forse capito che era tutto un pacco? O avranno preferito la data di Parma?
Dei dieci-undici movimenti abbiamo preso appunti analitici, è il caso di fare la carrellata, per meglio rendere l'idea, prima di stringere il giudizio. (I) Si parte male, loop minimal di base e sopra inserti di vario tipo (soprattutto sporcature synth), tutto abbastanza scontato; nulla si crea, nulla si distrugge, nulla si trasforma: niente costruzione, niente decostruzione, insomma niente e basta. Va meglio poi, con (II) una glitch "sinfonica" da dopobomba, che introduce alle spazzole di Recat (primo ciddì, seconda traccia), prima accelerate, poi rallentate fino a diventare un grumo ritmico catramoso e dal sapore tribale. (III) Palettate di elicottero si evolvono in una techno slabbrata eppure molto aerea; ma il tutto collassa in un casino orgiastico senza senso (sarà questa una delle costanti della serata: l'autosabotaggio di quel poco di buono che c'è). (IV) Voci, droni e campane a vento come poltergeist sonori: è una carrellata su un campo di battaglia, dopo la battaglia, con zoom sonori sui cadaveri dei caduti. Didascalico, ma efficace. (V) Agitarsi percussivo (e poi loop super-echizzato di percussioncine) e sotto una nuvola di synth. Ma ancora, a un certo punto, gran caciara glitch. (VI) Fantasmi di sirene lontane e un drone che pare un didgeridoo. (VII) Fuffa ambient-drone, volàno per un assolo di Petrella (alcuni dei momenti migliori sono suoi). (VIII) Pulsazione tribale (anche il mood tribale è una costante) techno-dub e sopra un rullante in levare (batteria legnosa, jazzata, etnica) e sporcature glitch. Parte bene. Ma in mezzo succede qualcosa, e il pezzo si smonta, e si smonta male (è qui che Loderbauer fulmina Ricardo); poi la cosa si ripiglia, con un bel momento lirico, anzi proprio sentimentale, con brandelli di una mazurkina/tango e sopra il trombone di Petrella. Ma ecco il solito finale caotico, rumorismo accumulativo privo di tensione. (IX) Ritmo tribale misterioso, poi scandito da rumori come di collasso sonoro. Non male. (X) Ancora via di tribale, con sopra echi di una voce femminile eterea ed evanescente, il tutto francamente banalotto (se non addirittura kitsch). Quando la voce va via, la cosa si fa più intrigante, il feel impro finalmente – è proprio il caso di dirlo, alla fine – sposta l'interruttore su on. Coda "in spegnimento", scandita dal trombone di Petrella (bravo, non c'è che dire) che rallenta metronomicamente. (XI) Si chiude e buonanotte col pezzo più collagistico di tutto il lotto, sempre gli stessi inserti, sempre gli stessi effetti, sempre la stessa roba.
Stringiamo il giudizio. In due parole: tanto rumore per nulla. Villalobos semplicemente non ci sta dentro. Sarà anche appassionato, avrà anche preso come tutor uno specialista come Loderbauer, ma la cosa resta informe, involuta, inespressa. Molto diversa dall'album, occhei (il cui feel riflessivo e meditativo e la cui cura formale attribuiamo appunto soprattutto a Loderbauer), molto più massimalista e noisy, ma anche molto meno a fuoco e assolutamente meno riuscita. La glitch non l'hanno inventata ieri, né tantomeno l'improvvisazione in ambito electronico o – peggio ancora – elettronico. Qui invece mancano proprio le basi: non c'è gioco di texture né di vuoti e di pieni, non c'è tensione, non c'è trance, non c'è catarsi nel magma sonoro e/o nella destrutturazione delle forme (qui semplicemente non c'è destrutturazione: solo un'accozzaglia di routine e cliché avantronici, fatti neanche bene).
Non c'è anima, non c'è carne, non c'è cervello, non c'è tecnica, non c'è stile, nulla. Solo brutta musica vestita – in giacca e cravatta – da musica bella, anzi da art music, da avant music. Fuffa in poltronissima. Umiliante, soprattutto – immaginiamo – per Loderbauer.
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