Recensioni

Che è, uno scherzo? Jarvis Cocker, Peter Murphy, Russell Mael degli Sparks, Robyn Hitchcock, Alex Chilton, Marianne Faithfull, Badly Drawn Boy, Beth Orton, i RESIDENTS (!!!) tutti insieme? Dal vivo? In un concerto dedicato al Sgt. Pepper’s? a RHO!??! É tutto vero, caspita. A fine serata li vedi lì, in fila sul palco, che intonano sorridenti All You Need Is Love mentre la London Sinfonietta sciorina uno ad uno i motivi orchestrali del brano, ripresa finale di She Loves You compresa. Irreale. Impossibile. Bellissimo, a suo modo.

La notizia era talmente inverosimile – e, ahimè, mal pubblicizzata – da passare per la proverbiale bufala, ma non parleremo delle grandi pecche organizzativo-logistiche del caso; anzi sì, giusto per dire che il costo popolarissimo di 5 euro, di per sé stupefacente, ha piuttosto fatto sì che buona parte degli avventori fosse del tutto casuale e poco interessata a quanto stesse accadendo, dalla classica signora annoiata (con tanto di seggiola portata da casa) al marito di lei, incazzato con l’organizzazione perché “non ci sono i posti a sedere”. Peccato, ché l’evento è di quelli irripetibili – in senso proprio: è una rappresentazione unica – e avrebbe meritato la dovuta attenzione e rispetto per gli artisti coinvolti. Vi risparmiamo la retorica esterofila (che pure non guasterebbe), così come vi risparmiamo il solito pippone sul valore della sostanza del concerto in sé, ovvero un tributo a quel colorato e lisergico dischettino inglese su cui gravano già 40 primavere (no, non The Piper At The Gates Of Dawn; quell’altro), e ai quattro musicisti che lo hanno partorito. Non è tanto il cosa viene tributato; è il come, e soprattutto il chi.

Da un lato una delle più acclamate orchestre di contemporanea, le cui incursioni in ambito pop-rock non sono mai scontate o banali (la recente rilettura del catalogo Warp, la collaborazione con i Radiohead nel 2005); dall’altro – come s’è visto – un cast stellare ma non propriamente “all star”, di estrazione piuttosto obliqua e cult-oriented. Fanno da ponte i Baby Lemonade, quintetto di valenti (-issimi) musicisti americani visti alla corte del compianto Arthur Lee, cui tocca riprodurre con massima fedeltà le Sacre partiture. Niente spericolate riletture o azzardate sperimentazioni insomma, anche se certi nomi avrebbero fatto sperare il contrario: è una pura celebrazione in cui tutto il disco viene rivissuto in diretta sul palco, dall’accordatura dell’orchestra all’inizio della title track all’accordo tonante che chiude A Day In The Life (c’é perfino un allestimento floreale che ricrea la scritta Beatles, come in copertina); in sostanza, pur con gli arrangiamenti di Matthew Scott e la conduzione di Jurjen Hempel, la musica è quella (la Sinfonietta esce dai ranghi giusto quando riempie certi vuoti o sottolinea alcuni passaggi, ma basta così). E allora parliamo dei protagonisti, cominciando dai meno probabili, ovvero un Badly Drawn Boy un po’ troppo sottotono – in ogni senso – e una spaesata, emozionata e titubante Beth Orton. Fa piacere trovare tutta baci e sorrisi la Signora della serata, Marianne Faithfull, specie dopo la brutta avventura passata di recente (un male oscuro da cui si è pienamente ripresa); peccato che la suggestività delle sue interpretazioni – specie A Day in The Life – non sempre è all’altezza della resa. Lo stesso vale per un deludente Peter Murphy, troppo teatrale e poco concentrato sul pezzo, tanto da commettere alcuni vistosi errori nella pur difficile Within You Without You a lui affidata insieme a dei musicisti indiani. Fa ancora più  piacere ritrovarsi a sorpresa mr. Big Star Alex Chilton – una partecipazione last minute -, la cui Fixing A Hole si fa ricordare per il solo doppiato di chitarra, che per l’interpretazione in sé, ma tant’è.

Adesso, solo in base alle apparizioni di Residents, Russell Mael, Jarvis Cocker e Robyn Hitchcock, potremmo spendere righe su righe. Basterà dire che: l’aplomb dinoccolato di Jarv sta bene indosso sia a Ringo che a Macca (magistrali le sue Help From My Friends e l’inciso di Day In The Life); la classe della voce degli Sparks (sciarpa-munito come ai bei tempi) spazza via buona parte della concorrenza, sia che impersoni il dandy divertito simil-Ferry in When I’m Sixty Four, sia che attacchi una vigorosa It’s All Too Much nei bis; riprendersi dallo shock di vedere le teste d’occhio su un palco mentre inscenano una pantomima della fanfara circense di Mr. Kite, declamazioni da fiera e atmosfera da vaudeville inclusi, non è per niente facile (rarità estrema dell’evento a parte, l’esecuzione più efficace); se già in cuor nostro sapevamo che nessuno meglio di Hitch avrebbe potuto addentrarsi nei brani del Pepper (impresa che ha compiuto di suo qualche mese fa), figurarsi quando si è messo nei panni del Lennon visionario di I Am The Walrus, con tanto di orchestra alle spalle. Con il rischio – anzi, la certezza – di farci odiare a vita da chi legge, è proprio il caso di dire: beato chi c’era.

  • Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band – Baby Lemonade
  • With a Little Help from My Friends – Jarvis Cocker
  • Lucy in the Sky With Diamonds – Beth Orton
  • Getting Better – Badly Drawn Boy
  • Fixing a Hole – Alex Chilton
  • She’s Leaving Home – Marianne Faithfull
  • Being for the Benefit of Mr. Kite – Residents
  • Within You, Without You – Peter Murphy + musicisti indiani
  • When I’m Sixty-Four – Russell Mael
  • Lovely Rita – Badly Drawn Boy
  • Good Morning, Good Morning – Robyn Hitchcock
  • Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band (Reprise) – Robyn Hitchcock
  • A Day in the Life – Marianne Faithfull & Jarvis Cocker
  • I Am The Walrus – Robyn Hitchcock
  • It’s All To Much – Russell Mael
  • Tomorrow Never Knows – Peter Murphy
  • All You Need Is Love – All stars
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