Recensioni

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È sempre lo stesso feticcio sottinteso dall'artista mascherato: come ancora recentemente visto in SBTRKT o John Talabot, l'idea è quella di scollegare la persona dalla musica, il progetto da chi lo fa. Un modo di approcciare la composizione musicale che Redshape sposa già dal 2006 (quando si faceva apprezzare con pezzi come Steam, Cashmere, Blood Into Dust usciti su Delsin e Styrax Leaves) e culminato poi nell'album di debutto The Dance Paradox, un lavoro acclamato da più parti per quel profilo techno armonico, dotato di forte empatia e predisposizione al contatto mentale. Da allora il producer berlinese è famoso per i suoi live set incendiari e, appunto, per l'aria misteriosa che non lo abbandona mai, nemmeno ora che arriva un secondo album di consistenza abbastanza differente rispetto al primo.

Interviste precedenti al rilascio di Square raccontavano un Redshape preso a riascoltare molta della musica che gli si era dileguata attorno negli ultimi tempi, raccogliendo dettagli che magari sul momento pensava smarriti o semplicemente accantonati. L'album raccoglie in pieno quest'idea: è un disco che non vuole innovare ma preferisce specchiarsi in quella techno originaria da cui parte. Non apre nuovi confini ma piuttosto dilata e sedimenta i punti fermi di un quadrato ben preciso, destrutturando, rimodulando e mascherando qualcosa di giá ben presente, seguendo una linea ben precisa fatta di sintesi sulle sue stesse passioni, proponendo schegge di suono studiate e introverse, chiudendosi a guscio dentro se stesso senza cercare per forza il punto di contatto di The Dance Paradox.

Anche qui si segue un percorso armonico, per certi versi analogo all'ultimo, suggestivo Deepchord o al Gui Boratto di Chromophobia (anche se li il taglio estetico era più house), un viaggio a circuito chiuso e scale sintetiche, con alle spalle le lezioni paterne degli Orbital. Le tracce mostrano una loro varietà peculiare, c'è sia la techno di studio/approfondimento di It's A Rain che quella più disinvolta di Atlantic, dove certe idee kraut fanno capolino in un gioco space a metà strada tra il Lindstrøm prima maniera e l'Actress più geometrico (è questo uno dei pochi punti di contatto con The Dance Paradox). Starsoup poi è un viaggio per club berlinesi, siano essi il Panorama Bar o i vecchi private party, quasi a dire "ecco, è così che si fa, è cosi che va fatto" e la stessa sensazione serpeggia in Paper, che puntuale torna a riprendersi quel retaggio industriale che la techno si è sempre portata dietro come un metallico cordone ombelicale.

Eppure la techno non è l'unica componente del disco. Seguendo il filo, vengon fuori anche pezzi di musica bianca da stanza del silenzio (Landing, Enter The Volt) e un esempio di mobilità come Until We Burn, quasi una bonus track di Blue Lines dei Massive Attack. Square è un album che non vuole a tutti i costi far ballare ma che rimanda mentalmente a quel momento, sintetizzando tutta una serie di visioni proprie di una techno europea sempre fedele a sé stessa. Redshape semplicemente si ferma a riflettere, a far provviste al centro di un quadrato, assimilando onde di idee dai quattro angoli cardine della techno, caratterizzando e contestualizzando la materia originaria ora con un approccio di studio e sintesi, ora con un abile camouflage. Da un lato rientra in quella sfera culturale/intellettuale da sempre presente in ambito techno, dall'altro si aggancia al trend della brain music più volte rintracciato quest'anno. Un gioco – sempre che di gioco vogliamo parlare – che gli riesce benissimo.

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