Recensioni
Diventata regina dei club underground dopo essere stata scoperta da Chris Liebing, la producer inglese Rebekah arriva all’esordio lungo a quasi vent’anni dalla sua prima apparizione in consolle. Originaria di Birmingham, frequenta sin da ragazza il famoso Que Club dove ascolta Dave Clarke, Derrick Carter, Richie Hawtin e Billy Nasty e scopre la passione per la techno e il djing. Nel 2013, dopo l’esordio con l’EP The Vision, firma il primo remix: aumenta i BPM e porta nell’oscurità la tech-house di Blond Slackers dei Matador catturando i favori della CRL Podcast di Liebing. E’ l’inizio di una serie di apprezzate produzioni profonde e audaci, techno sentimentale e allo stesso tempo trainante come negli EP Elements (2014), Confined Heart del 2015 o nel più recente, Code Black (2016).
In questo Fear Paralysis, che esce sulla prestigiosa Soma degli Slam, la producer conferma le sue velleità in fase di ispirazione e produzione aprendo la palette sonora a episodi più riflessivi e meno diretti al clubbing più puro dove la Nostra dimostra originalità nel destreggiarsi tra IDM vecchia scuola ed elettronica contemporanea. L’intro si sviluppa su un beat irregolare su cui scivolano lastre di ghiaccio e pad oscuri, Requiem For A Dream è un emozionante quadretto umbratile, ambient spettrale quanto melodica negli archi e nel gioco di effetti plastici, mentre in Again, su arpeggio di synth moroderiano, navicelle spaziali atterrano sulla Terra per poi ripartire in volo.
Rebekah dà il meglio nelle tracce dedicate a chi ha voglia di trascorrere la notte sotto cassa: Tell Me Your Secrets, Thirteen, Breakfast With Jeff e Anxiety volano da Berlino all’Inghilterra, da Jeff Mills agli Slam, tra acidità compulsiva, sintetica trance 90s ed una buona versatilità nell’alternare sentimenti (le visioni ad occhi chiusi della title-track, con il suo profondo sibilo, e di Code Black) e spirito militante. Dinamicità e versatilità i punti di forza di un album che ha in I Died A Thousand Times la sua sintesi: cassa spezzata ma avvolgente, atmosfere sci-fi, droning invadente, ipnotici fraseggi di synth. Viaggi ad alta quota. Davvero buona la prima, Rebekah.
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